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🌍 QUANDO IL MONDO SI AVVICINA ALLA SUA FINE

🕯️ Speranza, vigilanza e fedeltà in Matteo 24–25


Predica 1: 🪨 Quando non rimane pietra su pietra

Le sicurezze terrene e il regno incrollabile di Dio


Testo principale: Matteo 24,1–3
Versetto guida: Ebrei 12,28
Pensiero centrale della predica: Tutto ciò che è terreno può essere scosso. Ma chi costruisce su Cristo e sulla sua Parola appartiene a un regno che non passerà mai.


Saluto e introduzione

Cara comunità,

oggi iniziamo la nostra serie di prediche su Matteo 24 e 25. In questi due capitoli Gesù parla del futuro di Gerusalemme, dello sviluppo della storia del mondo, di segni e inganni, di vigilanza e preparazione, di fedeltà e responsabilità e, infine, del suo glorioso ritorno.

Queste parole di Gesù sono serie, ma non furono pronunciate per riempirci di paura. Gesù non vuole trasformarci in osservatori affamati di sensazioni, pronti a vedere dietro ogni notizia il prossimo evento profetico. Vuole preparare persone che rimangano salde anche quando ciò che era familiare crolla.

Il discorso sul Monte degli Ulivi non comincia con uno sguardo lontano verso il cielo, ma con lo sguardo rivolto a un edificio. I discepoli mostrano a Gesù il tempio. Vedono la sua grandezza, la sua bellezza e la sua apparente indistruttibilità. Gesù, però, vede già il giorno in cui di tutta quella gloria resteranno soltanto rovine.

Prima di aprire Matteo 24, vorrei portarci dentro quell’epoca attraverso un’illustrazione narrativa.


La pietra nella sua mano

La storia seguente è un’illustrazione narrativa basata sugli eventi legati alla distruzione di Gerusalemme.

L’anziano stava in silenzio sulla collina. Sotto di lui si stendeva Gerusalemme – o ciò che ne era rimasto. Là dove un tempo si innalzavano mura possenti, ora giacevano pietre spezzate. Le case erano crollate, le porte bruciate e intere strade erano sepolte sotto le macerie. Sopra le rovine aleggiava ancora l’odore del fumo.

La cosa più difficile da sopportare per l’anziano era la vista del monte del tempio. Per decenni il tempio aveva brillato sopra la città. Le sue pietre di marmo bianco riflettevano la luce del sole. Le decorazioni d’oro erano visibili già da lontano. I pellegrini si fermavano non appena lo vedevano e pregavano Dio con profonda riverenza.

Ora ne rimaneva ben poco.

L’uomo si chiamava Eliakim. Da giovane aveva lavorato lui stesso al tempio. Aveva visto gli enormi blocchi di pietra e con le sue mani aveva accarezzato le loro superfici lisce. A quel tempo un vecchio costruttore gli aveva detto: «Guarda queste pietre, Eliakim. Finché queste mura resteranno in piedi, Gerusalemme non cadrà mai».

Eliakim gli aveva creduto. Chi avrebbe potuto distruggere mura simili? Chi avrebbe osato toccare il tempio di Dio? Per Eliakim il tempio era stato più di un edificio. Era il segno visibile che Dio abitava in mezzo al suo popolo. Finché il tempio fosse rimasto in piedi, così aveva pensato, nulla avrebbe potuto accadere loro.

Ora una parte di quelle pietre apparentemente indistruttibili giaceva ai suoi piedi.

Eliakim si chinò e raccolse un pezzo spezzato di marmo bianco. Era pesante. Da un lato la superficie era ancora liscia, dall’altro la pietra era annerita dal fuoco.

Suo nipote Jonathan, che gli stava accanto, lo guardò.

«Nonno», domandò il ragazzo a bassa voce, «questa pietra faceva davvero parte del tempio?»

Eliakim annuì.

«Sì. Forse apparteneva a una parete. Forse a una colonna. Non lo so.»

Jonathan guardò la città distrutta.

«Hai sempre detto che il tempio era l’edificio più bello del mondo.»

«Lo era.»

«Perché allora Dio ha permesso che venisse distrutto?»

Eliakim non rispose subito. La domanda del ragazzo lo colpì profondamente. Era una domanda che tormentava anche lui. Dopo un po’ si sedette su una pietra più grande. Jonathan si mise accanto a lui.

«Molti anni prima che tu nascessi», cominciò Eliakim, «sentii parlare di un maestro della Galilea. Si chiamava Gesù.»

Il ragazzo conosceva quel nome. I suoi genitori gli avevano parlato di Gesù. Ma rimase in silenzio e ascoltò attentamente.

«Gesù si trovava allora davanti al tempio con i suoi discepoli», continuò Eliakim. «I discepoli gli mostrarono gli edifici maestosi e le enormi pietre. Erano impressionati proprio come tutti noi.»

Eliakim guardò di nuovo le rovine.

«Ma Gesù disse qualcosa che allora nessuno voleva credere.»

«Che cosa disse?», domandò Jonathan.

L’anziano tenne il pezzo di marmo nella mano e rispose:

«Vedete tutte queste cose? In verità vi dico: non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga demolita.»

Jonathan guardò la pietra nella mano di suo nonno.

«Ed è successo davvero.»

«Sì», disse Eliakim. «Esattamente come Gesù aveva predetto.»

«Tu gli credesti allora?»

Eliakim abbassò lo sguardo.

«No. Pensavo che fosse impossibile. Mi fidavo delle mura. Mi fidavo della grandezza della città. Mi fidavo di ciò che i miei occhi potevano vedere.»

Il ragazzo aspettò mentre l’anziano cercava le parole.

«Alcuni seguaci di Gesù», continuò Eliakim, «presero sul serio il suo avvertimento. Ricordarono le sue parole. Quando gli eserciti romani arrivarono e poi, per un breve periodo, si ritirarono, lasciarono la città. Molti li derisero. Li considerarono codardi e traditori.»

«Ma furono salvati», disse Jonathan.

«Sì. Furono salvati perché si fidarono della parola di Gesù più che dei propri occhi.»

Il vento passò sulla collina e sollevò polvere tra le pietre spezzate.

Jonathan indicò il pezzo di marmo.

«Allora questa pietra non era così forte come la gente pensava.»

Eliakim la osservò a lungo.

«No. Era forte. Ma non era eterna.»

L’anziano lasciò cadere lentamente la pietra. Cadde con un suono sordo tra le macerie.

«Questa è la lezione che ho imparato molto tardi, Jonathan: tutto ciò che gli uomini costruiscono può cadere.»

Indicò la città.

«Le mura possono cadere. I templi possono essere distrutti. Gli imperi possono scomparire. I beni possono andare perduti. Le persone su cui facciamo affidamento possono deluderci. Perfino la nostra stessa vita può cambiare da un giorno all’altro.»

Jonathan si avvicinò di più al nonno.

«Allora esiste qualcosa che sia veramente sicuro?»

Eliakim mise un braccio intorno al ragazzo.

«Sì. Esiste una Roccia che non cade mai.»

«Quale Roccia?»

«Gesù.»

L’anziano guardò suo nipote negli occhi.

«Mi ci sono voluti molti anni per capirlo. Gesù non aveva soltanto predetto la distruzione. Aveva anche detto alle persone dove potevano trovare sicurezza.»

Eliakim citò parole che ormai conosceva a memoria:

«Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica sarà simile a un uomo avveduto che ha costruito la sua casa sulla roccia. La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, hanno soffiato i venti e hanno investito quella casa; ma essa non è caduta, perché era fondata sulla roccia.»

Matteo 7,24–25

«I discepoli di Gesù furono quindi salvati perché avevano costruito sulla Roccia?», domandò Jonathan.

«Sì. Ascoltarono le sue parole – e agirono di conseguenza.»

Eliakim guardò ancora una volta Gerusalemme.

«Molte persone conoscevano il tempio. Ammiravano le sue pietre. Partecipavano ai culti. Ma quando Gesù parlò loro, non vollero ascoltarlo. Si fidarono dell’edificio più che del Signore del tempio.»

Jonathan rimase pensieroso per un po’.

Poi domandò:

«Nonno, su che cosa costruiamo noi la nostra casa?»

L’anziano sorrise con tristezza, ma nei suoi occhi c’era speranza.

«Non su queste pietre», rispose indicando le rovine. «Noi costruiamo sulla parola di Gesù.»

Rimasero seduti a lungo sulla collina. Davanti a loro si stendeva una città distrutta. Dietro di loro c’erano anni di paura, fuga e perdita. Ma in mezzo alle rovine era nato qualcosa che nessun esercito romano avrebbe potuto distruggere: una fiducia che non riposava più su mura visibili.

Alla fine Eliakim si alzò e porse la mano a suo nipote.

«Vieni», disse. «Andiamo a casa.»

Jonathan si guardò intorno.

«Ma dov’è adesso casa nostra?»

Eliakim alzò lo sguardo verso il cielo.

«Là dove Cristo è con noi.»

Poi scesero insieme dalla collina. Dietro di loro rimase il pezzo di marmo spezzato – testimone silenzioso del fatto che anche le opere più potenti degli uomini passano.

Ma le parole di Gesù erano rimaste.


1. Ciò che vedevano i discepoli – e ciò che vedeva Gesù

Questa storia ci riporta a quel momento in cui Gesù lasciò il tempio con i suoi discepoli. I discepoli vedevano pietre enormi e un futuro apparentemente incrollabile. Gesù, invece, vedeva ciò che nessun uomo poteva vedere.

Leggiamo Matteo 24,1–2:

«Gesù uscì dal tempio e se ne andava. I suoi discepoli si avvicinarono per fargli osservare gli edifici del tempio. Ma Egli disse loro: Vedete tutte queste cose? In verità vi dico: non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga demolita.»

Matteo 24,1–2

Marco racconta quanto fossero impressionati i discepoli:

«Mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: Maestro, guarda che pietre e che edifici!»

Marco 13,1

In queste parole sentiamo un autentico stupore. Il tempio era il centro religioso del popolo, un simbolo nazionale e uno degli edifici più impressionanti del mondo di allora. Alcune delle sue pietre avevano dimensioni straordinarie. Marmo bianco, decorazioni d’oro e mura possenti davano l’impressione che quell’edificio sarebbe rimasto per sempre.

Ma Gesù non si lasciò abbagliare dallo splendore della facciata. Non vedeva soltanto come appariva il tempio in quel momento. Vedeva anche dove avrebbe condotto lo sviluppo spirituale del popolo.

Pochi istanti prima aveva pianto su Gerusalemme:

«Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati! Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa vi sarà lasciata deserta.»

Matteo 23,37–38

Gesù non gioiva per il giudizio che stava per venire. Non parlava freddamente della distruzione della città. Luca racconta:

«Quando fu vicino e vide la città, pianse su di essa, dicendo: Oh, se tu conoscessi almeno oggi ciò che serve alla tua pace! Ma ora è nascosto ai tuoi occhi.»

Luca 19,41–42

Colui che annunciò la distruzione di Gerusalemme pianse su Gerusalemme. Una proclamazione profetica priva del cuore di Gesù diventa dura, orgogliosa e fredda. Gesù parlò del giudizio, ma parlò con le lacrime. Avvertì perché voleva salvare.

Ellen White descrive lo sguardo di Gesù su Gerusalemme con queste parole:

«La Maestà del cielo in lacrime! Il Figlio dell’eterno Dio piegato dall’angoscia dell’anima!»

Ella sottolinea che Cristo non vedeva soltanto la città, ma anche le conseguenze del peccato e le sofferenze dell’intera umanità. Ellen G. White, Il gran conflitto, capitolo 1: «La distruzione di Gerusalemme»

Quando parliamo di Matteo 24, quindi, non dobbiamo mai dimenticare chi sta parlando. Non parla un profeta affamato di sensazioni che si rallegra della fine del mondo. Parla il Salvatore che piange su una città perduta.


2. Il pericolo di una falsa sicurezza

Perché le parole di Gesù furono così sconvolgenti per i discepoli? Perché il tempio non era per loro soltanto un edificio. Faceva parte della loro sicurezza spirituale.

Il popolo pensava: qui c’è la casa di Dio; quindi nulla può accadere a Gerusalemme. Un pensiero simile esisteva già al tempo di Geremia. Allora Dio disse:

«Non confidate in parole menzognere, dicendo: Il tempio del SIGNORE, il tempio del SIGNORE, il tempio del SIGNORE è questo! Ma cambiate veramente le vostre vie e le vostre opere.»

Geremia 7,4–5

Il popolo confidava nel tempio mentre disprezzava la volontà di Dio. Trattava il segno visibile della presenza divina come una garanzia che dovesse funzionare indipendentemente dal proprio rapporto con Dio.

Ma un edificio santo non può proteggere uno stile di vita non santo. Una tradizione religiosa non può sostituire una relazione viva con Dio. Appartenere a una comunità è prezioso, ma non ci salva senza Cristo. La conoscenza della verità profetica è un dono, ma non può sostituire l’obbedienza personale.

Gesù disse ai capi religiosi:

«Voi investigate le Scritture perché pensate di avere per mezzo di esse vita eterna; esse sono quelle che testimoniano di me; eppure non volete venire a me per avere la vita.»

Giovanni 5,39–40

Conoscevano le Scritture, ma respingevano Colui al quale le Scritture indicavano. Amavano il tempio, ma rifiutavano il Signore del tempio.

Anche noi possiamo appoggiarci a cose buone e preziose che però non devono diventare il nostro fondamento. Possiamo confidare nella nostra tradizione ecclesiastica, nella conoscenza biblica, nella nostra esperienza, nella nostra posizione, nella famiglia o nella fedeltà mostrata finora. Ma Paolo avverte:

«Perciò chi pensa di stare in piedi guardi di non cadere.»

1 Corinzi 10,12

La nostra sicurezza non sta nel fatto che crediamo da molto tempo. Non sta nel fatto che abbiamo ascoltato molte prediche o compreso connessioni profetiche. La nostra sicurezza è soltanto in Cristo.

Paolo scrive:

«Nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Gesù Cristo.»

1 Corinzi 3,11

Tutto il resto può essere scosso. Cristo rimane.


3. Dio non abita nelle pietre, ma presso il suo popolo

Il tempio aveva un significato dato da Dio. Ricordava a Israele la presenza di Dio, il sacrificio, il perdono e il Messia futuro. Ma il tempio non era mai stato pensato come sostituto di Dio.

Salomone lo riconobbe già alla dedicazione del primo tempio:

«Ma è proprio vero che Dio abiterà con gli uomini sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti; quanto meno questa casa che io ho costruito!»

2 Cronache 6,18

Dio fece apparire la sua gloria nel tempio, ma non era confinato in un edificio. Quando Gesù venne, il vero tempio di Dio stava in mezzo al popolo.

Giovanni scrive:

«E la Parola è diventata carne e ha abitato fra noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come dell’unigenito venuto dal Padre, piena di grazia e di verità.»

Giovanni 1,14

Gesù disse di se stesso:

«Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere.»

Giovanni 2,19

Giovanni spiega:

«Ma Egli parlava del tempio del suo corpo.»

Giovanni 2,21

Il tempio terreno poteva essere distrutto. Cristo fu crocifisso, ma il terzo giorno risuscitò dalla tomba. Dio mostrò così che la sua presenza, il suo piano di redenzione e il suo regno non dipendono da un edificio umano.

Dopo la risurrezione e l’ascensione di Gesù, la comunità divenne il tempio dello Spirito Santo. Paolo scrive:

«Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?»

1 Corinzi 3,16

E Pietro dice:

«Anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo.»

1 Pietro 2,5

L’opera di Dio non dipende da pietre di marmo. La sua chiesa è formata da pietre viventi – persone nelle quali Cristo abita.

Gli edifici di culto possono essere chiusi, danneggiati o distrutti. Le istituzioni possono essere scosse. Le strutture possono cambiare. Ma finché le persone rimangono fedeli a Cristo, pregano, proclamano la sua Parola e si servono a vicenda, la chiesa di Dio vive.

Gesù dice:

«Poiché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.»

Matteo 18,20

La vera ricchezza di una comunità non consiste quindi prima di tutto nel suo edificio, nella sua tecnologia, nel suo programma o nella sua posizione sociale. Il suo tesoro più grande è la presenza di Gesù.


4. Che cosa accade quando crollano le nostre sicurezze?

Le parole di Gesù riguardo al tempio pongono anche a noi una domanda personale: che cosa accade alla nostra fede quando ciò su cui facevamo affidamento improvvisamente crolla?

Alcune persone costruiscono la propria sicurezza sui beni materiali. Gesù racconta di un uomo ricco i cui campi avevano prodotto raccolti abbondanti. Quest’uomo disse:

«Abbatterò i miei granai e ne costruirò di più grandi; vi raccoglierò tutto il mio grano e i miei beni, e dirò all’anima mia: Anima, tu hai molti beni ammassati per molti anni; riposati, mangia, bevi e rallegrati!»

Luca 12,18–19

Ma Dio rispose:

«Stolto! Questa notte stessa la tua anima ti sarà richiesta; e ciò che hai preparato, di chi sarà?»

Luca 12,20

Il problema di quell’uomo non era che i suoi campi avessero prodotto bene. Il problema era che i beni erano diventati il suo fondamento. I suoi granai erano pieni, ma la sua anima era vuota.

Altri costruiscono sulla salute. Ma una sola diagnosi può cambiare tutta la vita. Alcuni costruiscono sulla professione, finché un licenziamento scuote la loro identità. Altri costruiscono sulle relazioni umane, finché vengono delusi o abbandonati. Altri ancora costruiscono sulla stabilità politica, sul progresso economico o sulla presunta sicurezza della propria società.

La Bibbia non ci proibisce di pianificare responsabilmente. Ci mette però in guardia dal fare delle cose passeggere il nostro ultimo sostegno.

Davide scrive:

«Gli uni confidano nei carri e gli altri nei cavalli; noi invece ricordiamo il nome del SIGNORE, nostro Dio. Essi si piegano e cadono; noi invece restiamo in piedi.»

Salmo 20,8–9

E il profeta Geremia dice:

«Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che fa della carne il suo braccio e il cui cuore si allontana dal SIGNORE! Benedetto l’uomo che confida nel SIGNORE e la cui fiducia è il SIGNORE!»

Geremia 17,5.7

È possibile che Dio debba permettere che certe sicurezze vengano scosse affinché riconosciamo su che cosa abbiamo realmente costruito. Questo non significa che ogni sofferenza sia una punizione diretta di Dio. Ma Dio può usare anche esperienze difficili per avvicinarci a sé.

Paolo racconta una simile esperienza:

«Non vogliamo infatti, fratelli, che ignoriate l’afflizione che ci colse in Asia: fummo eccessivamente gravati, al di là delle nostre forze, tanto da disperare perfino della vita. Anzi, avevamo già in noi stessi la sentenza di morte, affinché non confidassimo in noi stessi, ma in Dio che risuscita i morti.»

2 Corinzi 1,8–9

Paolo arrivò alla fine delle proprie forze. Lì imparò a non confidare in se stesso, ma nel Dio che risuscita i morti.

Forse oggi ti domandi: perché Dio ha permesso che qualcosa nella mia vita crollasse? Perché una porta si è chiusa? Perché una relazione non ha resistito? Perché una speranza si è spezzata?

Non riceveremo subito una risposta a ogni domanda. Ma possiamo sapere questo: quando le nostre sicurezze visibili cadono, Cristo non cade.


5. La casa sulla roccia

Alla fine del Sermone sul Monte, Gesù racconta di due uomini. Entrambi costruirono una casa. Entrambi affrontarono la stessa tempesta. La differenza decisiva non stava nella bellezza della casa, ma nel suo fondamento.

Gesù dice:

«Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica sarà simile a un uomo avveduto che ha costruito la sua casa sulla roccia. La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, hanno soffiato i venti e hanno investito quella casa; ma essa non è caduta, perché era fondata sulla roccia.»

Matteo 7,24–25

Poi Gesù descrive la seconda casa:

«E chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica sarà simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, hanno soffiato i venti e hanno colpito quella casa; ed essa è caduta, e grande è stata la sua rovina.»

Matteo 7,26–27

Entrambi gli uomini ascoltarono le parole di Gesù. La differenza non era tra un conoscitore della Bibbia e una persona che non aveva mai sentito parlare di Dio. Entrambi ascoltarono. Ma soltanto uno mise in pratica ciò che aveva udito.

Costruire su Cristo significa quindi molto più che approvare intellettualmente dottrine corrette. Significa obbedire alla sua Parola.

Quando Gesù dice: «Perdona», io costruisco sulla roccia perdonando.

Quando Gesù dice: «Cercate prima il regno di Dio», io costruisco sulla roccia rimettendo ordine nelle mie priorità.

Quando Gesù dice: «Amate i vostri nemici», io costruisco sulla roccia non coltivando odio e vendetta.

Quando Dio dice: «Ricordati del giorno di Sabato per santificarlo», io costruisco sulla roccia confidando nel suo comandamento.

Quando Gesù dice: «Vegliate», io costruisco sulla roccia rimanendo spiritualmente vigile.

La tempesta non mostra soltanto quale fondamento ci serve. Rivela quale fondamento abbiamo già scelto. Per questo la preparazione alle crisi future non comincia soltanto quando la crisi arriva. Comincia oggi, nelle decisioni apparentemente piccole della fede.

«Chi è fedele nelle cose minime è fedele anche nelle grandi.»

Luca 16,10


6. Un regno che non può essere scosso

La distruzione di Gerusalemme ci mostra che persino sistemi religiosi e politici impressionanti possono cadere. Ma la Bibbia parla di un regno che non passerà mai.

Daniele vide in visione i regni successivi della storia mondiale. Babilonia, Medo-Persia, Grecia e Roma sorsero e passarono. Poi vide un altro regno:

«Al tempo di questi re, il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto. Quel regno non sarà lasciato a un altro popolo; spezzerà e annienterà tutti quei regni, ma esso sussisterà per sempre.»

Daniele 2,44

I regni di questo mondo sorgono, raggiungono il culmine della loro potenza e scompaiono. I confini cambiano, i governi si succedono, i sistemi crollano. Il regno di Dio, invece, rimane.

Ebrei 12 descrive un’ultima grande scossa:

«La sua voce allora scosse la terra; ma ora Egli ha promesso dicendo: Ancora una volta scuoterò non soltanto la terra, ma anche il cielo. Le parole “ancora una volta” indicano la rimozione delle cose scosse, in quanto create, affinché rimangano quelle che non possono essere scosse.»

Ebrei 12,26–27

Poi segue il nostro versetto guida:

«Perciò, ricevendo un regno che non può essere scosso, siamo riconoscenti e serviamo Dio in modo a Lui gradito, con riverenza e timore.»

Ebrei 12,28

Riceviamo un regno incrollabile. Questo non significa che noi cristiani non sperimenteremo scosse. Significa che le scosse non avranno l’ultima parola su di noi.

Paolo scrive:

«Siamo tribolati in ogni maniera, ma non schiacciati; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; abbattuti, ma non distrutti.»

2 Corinzi 4,8–9

Perché non siamo distrutti? Perché la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio.

«Poiché voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio.»

Colossesi 3,3

I nostri beni possono essere perduti, ma la nostra eredità nei cieli rimane. Il nostro corpo può indebolirsi, ma l’uomo interiore può essere rinnovato. Le persone possono rifiutarci, ma Cristo non ci abbandona. Perfino la morte non può separarci dal suo amore.

«Infatti sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né cose presenti né cose future, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.»

Romani 8,38–39

Questa è la sicurezza del cristiano. Non l’assenza di scosse, ma la presenza indistruttibile di Cristo.


7. Dalla distruzione di Gerusalemme alla fine del mondo

Dopo che Gesù ebbe annunciato la distruzione del tempio, i discepoli andarono con Lui sul Monte degli Ulivi.

«Mentre Egli era seduto sul Monte degli Ulivi, i discepoli gli si avvicinarono in disparte e gli dissero: Dicci, quando avverranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine dell’età presente?»

Matteo 24,3

Nella loro domanda collegavano la distruzione di Gerusalemme con il ritorno di Gesù e la fine del mondo. Gesù rispose in modo tale che le sue parole abbracciassero sia gli eventi di allora sia lo sviluppo della storia fino alla fine.

Ellen White spiega:

«La profezia da Lui pronunciata aveva un duplice adempimento.»

Essa si riferiva alla distruzione di Gerusalemme e nello stesso tempo indicava gli eventi che precedono il ritorno di Cristo. Ellen G. White, Il gran conflitto, capitolo 1

Gerusalemme divenne così un esempio di avvertimento. La città possedeva grandi privilegi religiosi, ma i suoi abitanti respinsero la voce di Gesù. Avevano il tempio, ma rifiutarono il Messia. Rimasero attaccati alle forme esteriori mentre respingevano il richiamo interiore al ravvedimento.

Anche prima della fine del mondo, molte persone si fideranno più delle sicurezze visibili che della Parola di Dio. Gesù avverte:

«Come nei giorni prima del diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e li portò via tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell’uomo.»

Matteo 24,38–39

Mangiare, bere e sposarsi non erano cose peccaminose. Il problema era che le persone erano completamente assorbite dalla vita quotidiana e ignoravano l’avvertimento di Dio. Vivevano come se il mondo presente dovesse durare per sempre.

Pietro ci ricorda:

«La fine di tutte le cose è vicina. Siate dunque sobri e vigilanti nelle preghiere.»

1 Pietro 4,7

La giusta reazione alla conoscenza profetica non è il panico, ma sobrietà e preghiera. Paolo dice:

«Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri.»

1 Tessalonicesi 5,6

Matteo 24 non deve portarci a guardare continuamente il mondo con paura. Deve condurci a guardare Gesù con maggiore fedeltà.


8. Non aspettiamo soltanto un evento – aspettiamo il nostro Signore

La speranza cristiana non guarda soltanto alla fine di un vecchio mondo. Guarda al ritorno di una Persona.

Gesù dice:

«E quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io siate anche voi.»

Giovanni 14,3

Notiamo il linguaggio personale di Gesù: «Tornerò. Vi accoglierò presso di me. Sarete dove sono io.»

Non aspettiamo soltanto che si compia una tabella profetica. Aspettiamo Gesù.

Non aspettiamo soltanto un evento. Aspettiamo il nostro Signore.

Paolo scrive:

«Perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e i morti in Cristo risusciteranno per primi; poi noi viventi, che saremo rimasti, saremo rapiti insieme con loro sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore.»

1 Tessalonicesi 4,16–17

Il centro di questo testo non sono la tromba, le nuvole o gli eventi drammatici. Il suo centro è:

«Così saremo sempre con il Signore.»

Questa è la nostra speranza. Gesù viene per prendere con sé coloro che gli appartengono.

Matteo 24 descrive scosse, guerre, carestie, persecuzioni e inganni. Ma il capitolo non termina nelle tenebre. Gesù dice:

«Vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli con un forte suono di tromba ed essi raccoglieranno i suoi eletti dai quattro venti.»

Matteo 24,30–31

La storia del mondo non corre verso il caos, ma verso il ritorno del Re. Il male non avrà l’ultima parola. Cristo verrà, risusciterà i morti, raccoglierà il suo popolo e manifesterà il suo regno eterno.

Per questo Gesù dice:

«Quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi e alzate il capo, perché la vostra redenzione è vicina.»

Luca 21,28


9. Che cosa rimane quando tutto il resto cade?

Cara comunità, forse anche noi consideriamo alcune cose incrollabili. Le nostre case, i nostri risparmi, la nostra salute, la nostra posizione professionale, il nostro ordine sociale o perfino le nostre istituzioni religiose.

Le guardiamo e pensiamo: questo rimarrà.

Ma Gesù oggi non ci domanda quanto sia impressionante la nostra casa. Ci domanda su quale fondamento essa sia costruita.

Che cosa rimane quando perdiamo i beni?

Che cosa rimane quando la salute viene meno?

Che cosa rimane quando le persone ci deludono?

Che cosa rimane quando le strutture familiari crollano?

Che cosa rimane quando non resta pietra su pietra?

Davide risponde:

«Dio è per noi rifugio e forza, un aiuto sempre pronto nelle difficoltà. Perciò non temeremo anche se la terra fosse sconvolta e i monti fossero smossi nel cuore del mare.»

Salmo 46,2–3

E Isaia dice:

«Confidate per sempre nel SIGNORE, perché nel SIGNORE Dio è la Roccia eterna.»

Isaia 26,4

Cristo è questa Roccia eterna. Egli esisteva prima che fosse posta la prima pietra del tempio. Rimase quando l’ultima pietra cadde. Esisteva prima che sorgessero gli imperi di questo mondo. E regnerà quando tutti saranno passati.

«Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno.»

Ebrei 13,8

La domanda di questa prima predica, quindi, non è: quando arriverà la prossima crisi? La domanda più profonda è:

Su che cosa è costruita la mia vita?


10. Come costruiamo oggi sulla Roccia?

Costruire su Cristo non è una decisione emotiva presa una sola volta senza conseguenze per la vita quotidiana. È una vita di fiducia e obbedienza costanti.

Costruiamo sulla Roccia quando non ci limitiamo a leggere la Parola di Dio, ma la mettiamo in pratica:

«Siate facitori della Parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi.»

Giacomo 1,22

Costruiamo sulla Roccia quando rimaniamo uniti a Cristo nella preghiera:

«Vegliate e pregate, affinché non entriate in tentazione.»

Matteo 26,41

Costruiamo sulla Roccia quando confessiamo i nostri peccati e non li nascondiamo:

«Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni ingiustizia.»

1 Giovanni 1,9

Costruiamo sulla Roccia quando mettiamo al primo posto il regno di Dio:

«Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più.»

Matteo 6,33

Costruiamo sulla Roccia quando rimaniamo nell’amore:

«Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri.»

Giovanni 13,35

E costruiamo sulla Roccia quando non leghiamo la nostra speranza a questo mondo:

«Poiché non abbiamo qui una città permanente, ma cerchiamo quella futura.»

Ebrei 13,14

Questo non significa trascurare le nostre responsabilità terrene. Proprio perché aspettiamo il regno futuro, siamo chiamati oggi a lavorare fedelmente, amare le persone, assumere responsabilità e proclamare il Vangelo.

Gesù collega Matteo 24 direttamente a Matteo 25. All’esortazione alla vigilanza seguono le parabole delle dieci vergini, dei talenti affidati e del giudizio delle nazioni. Già qui diventa chiaro: essere pronti non significa guardare inattivi verso il cielo. Essere pronti significa aspettare con la lampada accesa, utilizzare i doni affidati e servire Cristo nei bisognosi.


Conclusione: la pietra cade – la Parola rimane

Torniamo ancora una volta a Eliakim e a suo nipote. L’anziano teneva nella mano una pietra del tempio. Quella pietra aveva fatto parte di un edificio che sembrava indistruttibile.

Poi Eliakim la lasciò cadere.

La pietra rimase tra le rovine. Ma le parole di Gesù si erano compiute ed erano rimaste.

Gesù dice:

«Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.»

Matteo 24,35

Il tempio passò. La parola di Gesù rimase.

Gerusalemme fu scossa. La parola di Gesù rimase.

Gli imperi sorsero e caddero. La parola di Gesù rimase.

Anche il cielo e la terra passeranno. La parola di Gesù rimane.

Se la nostra vita è fondata su questa Parola, possediamo una speranza che nessuna crisi può distruggere.

Forse nella tua vita è già caduto qualcosa che consideravi incrollabile. Forse ti trovi davanti alle rovine di una speranza, di una relazione, di un progetto o di un capitolo della vita. Allora Gesù non ti dice: «Fai finta che non sia successo nulla». Ti invita a trovare, proprio in mezzo alle rovine, un nuovo fondamento.

Non la pietra nella tua mano.

Non ciò che hai costruito tu stesso.

Non la tua forza.

Ma Cristo.

«Nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Gesù Cristo.»

1 Corinzi 3,11


Appello

Oggi vorrei porre tre domande.

La prima è:

C’è nella mia vita qualcosa in cui confido più che in Gesù?

Forse sono i beni, la salute, il successo, una persona, una tradizione religiosa o la mia esperienza personale.

La seconda domanda è:

Ascolto soltanto le parole di Gesù oppure agisco anche secondo esse?

La casa sulla Roccia non viene costruita da chi conosce soltanto le parole di Gesù, ma da chi le ascolta e le mette in pratica.

La terza domanda è:

Sono disposto ad affidare completamente il mio futuro nelle mani di Cristo?

Forse non sai quali scosse arriveranno ancora. Ma puoi sapere oggi chi ti sosterrà attraverso di esse.

Se vuoi dire: «Signore Gesù, voglio costruire nuovamente la mia vita su di Te», rendi ora saldo questo proposito nel tuo cuore.

Se riconosci che qualcos’altro è diventato il tuo fondamento, portalo a Gesù.

E se proprio ora ti trovi davanti alle rovine di una speranza spezzata, digli:

«Signore, non comprendo la mia strada. Ma confido in Te. Tu sei la mia Roccia.»


Preghiera conclusiva

Signore Gesù Cristo,

Ti ringraziamo perché sei lo stesso ieri, oggi e in eterno. Il cielo e la terra passeranno, ma le Tue parole non passeranno mai.

Perdonaci quando abbiamo cercato sicurezza in cose che non possono durare. Perdonaci quando i beni, la salute, le persone, le tradizioni o la nostra stessa forza sono diventati più importanti di Te.

Insegnaci a costruire la nostra vita sulla Roccia. Aiutaci non soltanto ad ascoltare la Tua Parola, ma a metterla in pratica. Donaci una fede che non rimanga salda soltanto nei tempi tranquilli, ma anche quando arrivano le tempeste e le sicurezze familiari crollano.

Ti preghiamo per tutti coloro che oggi si trovano davanti alle rovine di una speranza. Sii vicino a chi è nel lutto, rafforza i malati, consola chi è solo e dona nuova speranza a coloro che non vedono più alcuna via d’uscita.

Proteggi la Tua chiesa dalla falsa sicurezza. Fa’ che non possediamo soltanto una forma esteriore di religiosità, ma una relazione viva con Te. Riempici del Tuo Spirito Santo e rendici pietre viventi nella Tua casa spirituale.

Preparaci per il Tuo ritorno. Fa’ che siamo vigili senza paura; sobri senza diventare freddi; fedeli senza diventare orgogliosi; e pieni di speranza perché Tu ritorni.

Signore, quando tutto il resto viene scosso, tienici saldi. Quando non rimane pietra su pietra, fa’ che restiamo in piedi sulla Roccia eterna.

Perché non aspettiamo soltanto un evento.

Aspettiamo Te, nostro Signore.

Nel Tuo nome preghiamo.

Amen.

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