🌅 RITORNO ALLA FONTE DELLA VITA
Pensieri sabatici per il silenzio, il rinnovamento e l’incontro con Dio
🌿 3.Serie: Incontri con Gesù
🍞 3.5 La moltiplicazione dei pani per i cinquemila
🌾 Quando il poco diventa sufficiente
«Gesù prese dunque i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che erano seduti; lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.»
Giovanni 6,11
🕊️ Una storia – quando una grande folla seguiva Gesù
Da tempo ormai la gente aveva cominciato a seguire Gesù ovunque. Avevano sentito parlare delle sue guarigioni, alcuni avevano visto personalmente i suoi miracoli e altri volevano conoscere quell’uomo di cui ormai si parlava nei villaggi e nelle città. Giovanni racconta che Gesù attraversò il mare di Galilea e una grande folla lo seguiva «perché vedeva i segni che egli faceva sugli infermi» (Giovanni 6,2). Quello che per Gesù e per i suoi discepoli poteva forse essere apparso inizialmente come un ritiro dalla vita pubblica divenne presto un nuovo incontro con migliaia di persone.
Gesù salì su un monte e là si sedette con i suoi discepoli. La Pasqua era vicina e Israele si trovava quindi in un periodo dell’anno in cui il ricordo della liberazione dall’Egitto era particolarmente vivo. Si pensava all’esodo, alla guida di Dio nel deserto e alla manna con cui egli aveva nutrito il suo popolo. Giovanni non menziona per caso questa collocazione temporale, perché proprio su questo sfondo la moltiplicazione dei pani e il successivo discorso sul pane della vita acquisteranno un significato ancora più profondo.
Quando Gesù alzò gli occhi, vide la grande folla che veniva verso di lui. Non vide soltanto molti volti, ma persone con dei bisogni. Alcuni probabilmente erano in cammino da ore. Erano venute famiglie, anziani e giovani, malati e sani, curiosi e persone sinceramente alla ricerca. Molti quel giorno avevano lasciato da parte altre cose perché volevano ascoltare Gesù e stare con lui. Ora diventava sempre più evidente che non si potevano semplicemente rimandare a casa senza tenere conto delle loro necessità fisiche.
Gesù si rivolse a Filippo e gli chiese: «Dove compreremo dei pani perché costoro abbiano da mangiare?» (Giovanni 6,5). Giovanni aggiunge espressamente che Gesù fece questa domanda per mettere alla prova Filippo, perché egli sapeva già quello che stava per fare.
È un dettaglio notevole. Gesù non fece quella domanda perché gli mancasse una soluzione. La fece perché Filippo imparasse a guardare in modo diverso una situazione apparentemente insolubile.
Filippo reagì anzitutto con un calcolo. Duecento denari di pane non sarebbero bastati perché ognuno ne ricevesse almeno un poco. La sua valutazione era ragionevole. Davanti a lui c’erano migliaia di persone e perfino una somma considerevole sarebbe stata appena sufficiente. Filippo guardò alla grandezza del compito e la confrontò con i mezzi disponibili. Il risultato era evidente: non bastava.
Proprio qui comincia la tensione spirituale di questa storia. Filippo non aveva sbagliato i calcoli. Il suo errore non consisteva nell’aver calcolato male. Semplicemente non aveva ancora incluso nel suo calcolo un fattore decisivo: Gesù era proprio accanto a lui.
🌿 Quando vediamo anzitutto ciò che manca
La reazione di Filippo ci è sorprendentemente familiare. Quando ci troviamo davanti a un grande compito, di solito iniziamo valutando le nostre possibilità. Quanto tempo abbiamo? Quali mezzi sono a disposizione? Che cosa possiamo fare? Chi potrebbe aiutarci? Sono domande sensate e fanno parte di un comportamento responsabile. Tuttavia possono diventare un problema spirituale quando la nostra conclusione dipende esclusivamente da ciò che possediamo noi stessi.
Filippo vedeva migliaia di persone affamate e mezzi insufficienti. Tra queste due realtà si creava per lui una contraddizione insolubile. Gesù vedeva la stessa folla e tuttavia sapeva ciò che avrebbe fatto.
Anche nella nostra vita ci sono situazioni in cui la sproporzione tra il compito e le possibilità appare schiacciante. Forse ci manca la forza per ciò che abbiamo davanti, il tempo per tutto quello che dovrebbe essere fatto oppure la capacità per una responsabilità che ci è stata affidata. Forse vediamo un bisogno e vorremmo aiutare, ma non sappiamo in che modo le nostre possibilità limitate potrebbero davvero fare la differenza.
Allora sorge facilmente questo pensiero: Non basta.
Il nostro tempo non basta. La nostra forza non basta. La nostra esperienza non basta. La nostra influenza non basta. Forse persino la nostra fede ci sembra insufficiente.
La moltiplicazione dei pani non nega la realtà dei nostri limiti. Cinque pani erano davvero pochi. Due pesci erano davvero pochi. Filippo aveva ragione: i mezzi umani non erano sufficienti. Gesù non voleva insegnare ai suoi discepoli a fingere che il poco fosse improvvisamente molto. Voleva mostrare loro che ciò che nelle mani umane è insufficiente, nelle sue mani riceve un significato completamente nuovo.
Qui sta una differenza decisiva. La fede non consiste nel negare i nostri limiti. Consiste nel non considerarli come il limite di ciò che Dio può fare.
🧺 Un ragazzo con cinque pani e due pesci
Mentre Filippo rifletteva sul costo, Andrea introdusse nella conversazione un’altra osservazione. Disse a Gesù: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci». Ma anche Andrea aggiunse subito: «Ma che cosa sono per tanta gente?» (Giovanni 6,9).
All’improvviso c’era qualcosa di concreto a disposizione, ma in confronto alla grandezza della folla sembrava quasi ridicolmente poco. Cinque pani d’orzo e due piccoli pesci potevano forse nutrire un ragazzo o una piccola famiglia, ma certamente non migliaia di persone.
Proprio questo pasto così modesto Gesù lo prese nelle sue mani.
Giovanni non ci dice il nome del ragazzo. Non sappiamo nulla della sua famiglia e non sappiamo come fosse arrivato da Gesù. Eppure la sua piccola provvista divenne parte di uno dei miracoli più conosciuti dei Vangeli. Ciò che agli occhi della folla sembrava insignificante divenne, nelle mani di Cristo, il punto di partenza di una provvidenza che sarebbe stata ricordata per generazioni.
Questo dettaglio è particolarmente consolante, perché corregge la nostra tendenza umana a considerare importante soltanto ciò che è grande. Ci confrontiamo con gli altri e valutiamo spesso le nostre possibilità in base a quanto sembrano impressionanti. Quando non possiamo dare molto, nasce facilmente l’impressione che il nostro contributo non abbia importanza.
Gesù però non chiede innanzitutto se possediamo molto. La domanda decisiva è se gli mettiamo a disposizione ciò che abbiamo.
Forse la nostra forza è poca. Forse possiamo incoraggiare soltanto una persona, assumere un compito limitato, offrire solo un po’ di tempo oppure pronunciare soltanto una semplice preghiera. Nelle nostre mani tutto ciò può sembrare insignificante. Ma non sappiamo che cosa Cristo possa farne.
Il miracolo, dunque, non comincia con l’abbondanza.
Comincia con qualcosa di limitato che viene affidato a Gesù.
🔥 Gesù fa sedere la gente
Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate sedere la gente». Giovanni racconta che in quel luogo c’era molta erba e le persone si sedettero. Solo gli uomini erano circa cinquemila; a essi si aggiungevano donne e bambini.
Possiamo immaginare quanto insolita dovesse sembrare inizialmente questa istruzione. I discepoli non avevano ancora alcuna soluzione visibile. Non c’erano mucchi di pane pronti, non erano arrivati carri carichi di viveri e nessuno aveva spiegato da dove sarebbe arrivato il necessario. Eppure la gente doveva sedersi.
Si creò così un ordine per ricevere prima ancora che fosse visibile ciò che avrebbero ricevuto.
Anche qui c’è una lezione di fede. Gesù non chiese alla folla di produrre da sola una soluzione. Doveva sedersi e ricevere ciò che egli avrebbe dato. I discepoli, a loro volta, dovevano imparare che non erano la fonte del sostentamento. In seguito avrebbero distribuito, ma il pane non proveniva dalla loro capacità di moltiplicarlo.
Questa distinzione è particolarmente importante per le persone che amano assumersi responsabilità. Dio può servirsi di noi per dare qualcosa agli altri, ma noi restiamo coloro che ricevono ciò che, in ultima analisi, viene da lui. Noi non siamo la fonte.
Quando lo dimentichiamo, il servizio diventa presto un peso. Allora crediamo di dover produrre continuamente dalle nostre riserve limitate più di quanto realmente possediamo. Prima o poi ci esauriamo, perché cerchiamo di assumere un ruolo che non ci è mai stato affidato.
I discepoli dovevano distribuire il pane.
Gesù doveva moltiplicarlo.
🌾 Gratitudine in mezzo alla mancanza
Gesù prese allora i cinque pani.
È notevole ciò che fece subito dopo. Non guardò la piccola quantità lamentandosi che fosse troppo poca. Giovanni scrive che Gesù rese grazie.
Davanti a lui c’erano cinque pani, mentre migliaia di persone aspettavano di essere nutrite. Da un punto di vista puramente umano non c’era alcun motivo per considerare quella quantità sufficiente. Eppure Gesù cominciò con la gratitudine.
Questo atteggiamento mette in discussione la nostra prospettiva abituale. Spesso ringraziamo quando vediamo l’abbondanza. Gesù rese grazie prima che la moltiplicazione diventasse visibile. Accolse consapevolmente ciò che era presente come proveniente dalla mano del Padre e agì confidando che le possibilità di Dio non fossero limitate dalla quantità visibile.
La gratitudine, quindi, non significa che dobbiamo fingere che tutto sia sufficiente quando sperimentiamo la mancanza. Piuttosto orienta il nostro sguardo sul fatto che perfino in una situazione di scarsità esiste già qualcosa che possiamo affidare a Dio.
Forse in una situazione difficile vediamo anzitutto ciò che manca. Cristo ci invita a notare anche ciò che Dio ha già dato.
Che cosa si trova oggi nelle nostre mani?
Quale capacità, quale possibilità, quale relazione, quale tempo, quale esperienza o quale piccolo dono è già presente?
Non dobbiamo trasformarlo noi stessi in un miracolo.
Possiamo darlo a Cristo.
🍞 Nelle mani di Gesù il poco diventa sufficiente
Dopo aver reso grazie, Gesù fece distribuire il pane alla gente. Lo stesso avvenne con i pesci. Giovanni descrive il risultato con una semplice espressione: ognuno ricevette «quanto ne volevano» (Giovanni 6,11).
Questo è molto più di un sostentamento appena sufficiente.
Gesù non diede a ciascuno un minuscolo boccone soltanto perché in seguito si potesse dire che tutti avevano ricevuto qualcosa. Le persone mangiarono finché furono sazie. Colui che aveva iniziato con cinque pani nutrì una folla che, umanamente parlando, non avrebbe mai potuto saziarsi con così poco.
Il miracolo rivela così qualcosa del carattere di Cristo. Gesù vede i bisogni umani e non vi risponde controvoglia. La sua cura non è un’idea astratta. La gente aveva fame e lui diede loro da mangiare.
Allo stesso tempo, la moltiplicazione rimanda oltre se stessa. Poco dopo Gesù spiegherà in Giovanni 6 che il bisogno più profondo dell’essere umano non può essere soddisfatto soltanto dal pane. La folla aveva ricevuto del cibo, ma il giorno seguente avrebbe avuto nuovamente fame. Cristo voleva condurli a una comprensione più grande: colui che aveva dato loro il pane era egli stesso il pane della vita.
Questo incontro assomiglia quindi a quello della donna al pozzo di Giacobbe. Là Gesù cominciò parlando dell’acqua e condusse la conversazione verso l’acqua viva. Qui comincia con il pane e conduce le persone verso il pane della vita. In entrambi i casi Cristo prende sul serio un bisogno umano fondamentale e lo usa nello stesso tempo per indicare la necessità più profonda del cuore.
🌿 Quando Dio ci coinvolge nella sua opera
Gesù avrebbe potuto compiere il miracolo in molti altri modi. Avrebbe potuto far apparire il pane direttamente davanti a ogni persona. Avrebbe potuto rimandare la folla a casa e provvedere miracolosamente là. Invece coinvolse il ragazzo e i discepoli nella sua opera.
Il ragazzo diede ciò che aveva.
Gesù lo prese, rese grazie e lo moltiplicò.
I discepoli distribuirono.
La gente ricevette.
Questo movimento mostra qualcosa di fondamentale riguardo all’agire di Dio. Cristo non ha bisogno dei nostri mezzi limitati perché altrimenti gli mancherebbero possibilità. Eppure sceglie ripetutamente di coinvolgere esseri umani nella sua opera. Prende ciò che gli mettiamo a disposizione e ci rende partecipi di qualcosa di molto più grande delle nostre capacità.
Proprio in questo sta la dignità del servizio. Non dobbiamo essere la fonte della benedizione. Possiamo trasmettere ciò che abbiamo ricevuto dalle mani di Cristo.
Ellen G. White sottolinea, nel suo racconto della moltiplicazione dei pani, che Cristo coinvolse consapevolmente i discepoli nel provvedere alla folla. Essi ricevevano il pane dalla sua mano e lo passavano alla gente. In questo ella riconosce un principio del servizio: ciò che Cristo affida ai suoi seguaci non deve essere trattenuto per sé, ma trasmesso per diventare una benedizione per gli altri. Nello stesso tempo, Cristo rimane la vera fonte da cui tutto proviene.
(Cfr. Ellen G. White, La speranza dell’uomo, capitolo sulla moltiplicazione dei pani.)
Questa verità toglie dalle nostre spalle una grande pressione. Dio non ci chiede di essere, da soli, sufficienti per tutti. Ci chiede di mettere nelle sue mani ciò che abbiamo e di confidare in lui riguardo a ciò che ne può fare.
🧺 Dodici ceste di avanzi
Quando tutti ebbero mangiato e furono sazi, Gesù disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto» (Giovanni 6,12). I discepoli passarono tra la folla e riempirono dodici ceste con i resti dei cinque pani d’orzo.
All’inizio della storia avevano troppo poco.
Alla fine, ciascuno dei dodici discepoli portava per così dire una prova visibile del fatto che il loro calcolo iniziale non era stato il limite delle possibilità di Dio.
Rimasero dodici ceste.
Questo non significa che Dio prometta sempre abbondanza materiale o che ogni piccolo sacrificio si trasformi automaticamente in successo visibile. Il miracolo era un segno particolare dell’autorità messianica di Gesù. Tuttavia rivela un principio spirituale che va ben oltre quel giorno: non dovremmo mai valutare le possibilità di Dio esclusivamente in base a ciò che si trova inizialmente nelle nostre mani.
I discepoli avevano guardato i cinque pani e si erano chiesti come potessero mai bastare.
Gesù aveva guardato gli stessi cinque pani e aveva reso grazie.
Forse proprio tra questi due modi di guardare si trova una delle lezioni più importanti di questo incontro. Possiamo osservare continuamente la nostra vita dal punto di vista di ciò che manca e diventare così sempre più piccoli, ansiosi e esitanti. Oppure possiamo imparare a mettere con gratitudine ciò che abbiamo nelle mani di Dio e lasciare a lui la domanda di quanto lontano possa arrivare.
La storia non ci promette che possederemo sempre in abbondanza.
Ci mostra qualcosa di migliore:
Non dobbiamo essere noi stessi sufficienti quando il poco che abbiamo si trova nelle mani di Cristo.
«Gesù disse loro: Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete.»
Giovanni 6,35
🕊️ Quando la gente cercò di nuovo Gesù
La sera dopo la moltiplicazione dei pani, la grande folla si era lentamente dispersa, ma il ricordo del miracolo era rimasto. Migliaia di persone avevano visto Gesù nutrire con cinque pani d’orzo e due pesci una folla che, umanamente parlando, non avrebbe mai potuto saziarsi con così poco. Per molti era diventato evidente che avevano davanti una persona straordinaria. Giovanni racconta perfino che volevano fare Gesù re. Un uomo capace di guarire i malati e moltiplicare il pane sembrava proprio il sovrano che desideravano. Gesù però si sottrasse ai loro progetti e si ritirò da solo sul monte.
Il giorno seguente la gente si mise a cercarlo. Quando si accorsero che Gesù non era più nel luogo della moltiplicazione, andarono a Capernaum e lo trovarono là. Esteriormente la loro ricerca poteva sembrare espressione di un grande interesse spirituale. Avevano affrontato degli sforzi per ritrovare Gesù, ma Cristo riconobbe che dietro la loro ricerca si nascondeva ancora un’altra motivazione. Disse loro: «In verità, in verità vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati» (Giovanni 6,26).
Gesù non li respingeva perché avevano dei bisogni fisici. Dopo tutto, il giorno precedente era stato lui stesso a riconoscere quei bisogni e ad aver dato loro da mangiare. Il problema stava nel fatto che si erano fermati al dono senza riconoscere il Donatore. Il pane aveva saziato la loro fame, ma il segno avrebbe dovuto dirigere il loro sguardo verso colui che voleva dare loro qualcosa di molto più grande.
Qui la storia tocca una domanda fondamentale della nostra fede: cerchiamo Dio per ciò che egli è oppure soprattutto per ciò che ci aspettiamo da lui? Possiamo chiedere salute, protezione, aiuto, successo, una soluzione a un problema o forza in una situazione difficile, e la Bibbia ci invita espressamente a portare i nostri bisogni a Dio. Ma se il nostro rapporto con lui dipende esclusivamente dal fatto che ci dia i doni desiderati, la nostra fede rimane superficiale.
Gesù non voleva soltanto dare di nuovo del pane alla gente. Voleva mostrare loro che la loro fame più profonda desiderava lui stesso.
🌿 Quando il dono diventa più importante del Donatore
La gente aveva vissuto un vero miracolo, ma non ne aveva ancora compreso il significato. In Gesù vedevano anzitutto colui che poteva migliorare le loro condizioni di vita. Forse alcuni pensavano alla storia d’Israele nel deserto e alla manna che ogni giorno cadeva dal cielo. Se anche Gesù poteva procurare il cibo, sembrava possedere la soluzione a uno dei problemi più elementari della vita umana.
Ma Cristo non voleva essere ridotto al ruolo di miracoloso dispensatore di pane. Per questo disse: «Adoperatevi non per il cibo che perisce, ma per il cibo che dura in vita eterna» (Giovanni 6,27). Non stava dicendo che il cibo, il lavoro o i bisogni materiali della vita fossero senza importanza. Stava piuttosto ponendo la domanda sulle priorità del cuore.
Investiamo una quantità sorprendente di energie in cose il cui effetto è limitato. Lavoriamo per garantire il nostro sostentamento, pianifichiamo il futuro, ci prendiamo cura della nostra casa e cerchiamo di organizzare la nostra vita nel miglior modo possibile. Tutto questo appartiene a una vita responsabile. Eppure, anche se abbiamo successo in queste cose, rimane un limite. Nessun possesso può dare la vita eterna, nessun successo professionale può perdonare la colpa e nessun riconoscimento umano può soddisfare il desiderio più profondo del cuore per la comunione con il suo Creatore.
Proprio per questo la domanda di Gesù è così importante. Possiamo trascorrere tutta la vita cercando continuamente il pane e, nel farlo, trascurare colui che è il pane della vita.
A volte questo si manifesta perfino nella nostra vita di preghiera. Veniamo a Dio con una lista di richieste e quasi non ci accorgiamo che cerchiamo soltanto marginalmente la sua presenza stessa. Vogliamo il suo aiuto, ma non sempre la sua guida; i suoi doni, ma non necessariamente la sua correzione; la sua pace, ma forse senza guardare alle aree della nostra vita che egli vuole trasformare.
Cristo ci invita ad andare più in profondità. Non vuole soltanto fare qualcosa per noi. Vuole avere comunione con noi.
🔥 «Che cosa dobbiamo fare?»
Gli ascoltatori reagirono alle parole di Gesù con una domanda: «Che dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?» (Giovanni 6,28). La loro reazione è comprensibile. Se esisteva un cibo che durava in vita eterna, volevano sapere quale opera fosse necessaria per ottenerlo.
Gesù rispose in modo sorprendente: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (Giovanni 6,29).
In questo modo li allontanava dall’idea che la vita eterna dovesse essere meritata attraverso una particolare prestazione religiosa. Il passo decisivo consisteva nel confidare in colui che Dio aveva mandato.
Anche noi pensiamo spesso per prima cosa in termini di azione. Che cosa devo ancora fare? Che cosa devo migliorare? Quale disciplina spirituale mi manca? Come posso dimostrare a Dio che la mia fede è sincera? L’ubbidienza, la crescita e la disciplina spirituale hanno il loro posto, ma non devono mai diventare un tentativo di acquistare ciò che Dio offre come dono.
Il Vangelo non comincia con la nostra prestazione, ma con il dono di Dio.
La gente doveva imparare che il pane della vita non poteva essere guadagnato. Era davanti a loro nella persona di Gesù.
🌾 Dalla manna al vero pane
Gli ascoltatori ricordarono allora a Gesù la manna nel deserto. I loro antenati avevano, come diceva la Scrittura, mangiato pane dal cielo. Dietro la loro osservazione sembrava esserci l’attesa di un altro segno. Sorprendentemente, la moltiplicazione del giorno precedente non bastava già più. Se Gesù era davvero colui che Dio aveva mandato, forse avrebbe dovuto fare qualcosa di paragonabile a Mosè.
Gesù corresse il loro modo di vedere. Non era stato Mosè a dare il pane dal cielo; il Padre era il Donatore. Poi spiegò: «Il pane di Dio è quello che scende dal cielo e dà vita al mondo» (Giovanni 6,33).
La gente rispose: «Signore, dacci sempre questo pane».
Questa richiesta ricorda in modo sorprendente la donna samaritana presso il pozzo di Giacobbe. Anche lei aveva detto a Gesù: «Signore, dammi di quest’acqua». Nemmeno lei aveva compreso subito fino in fondo che Gesù stava parlando di qualcosa di più grande della soddisfazione di un bisogno fisico.
Allora Gesù rispose alla folla con una delle grandi dichiarazioni su se stesso nel Vangelo di Giovanni:
«Io sono il pane della vita.»
Non disse soltanto: «Io vi do il pane della vita».
Disse: «Io lo sono.»
Così divenne chiaro il messaggio del miracolo del giorno precedente. La gente aveva ricevuto del pane, ma il vero segno stava davanti a loro. Colui che aveva moltiplicato il pane era egli stesso la risposta di Dio alla fame più profonda dell’essere umano.
🌙 Una fame che soltanto Cristo può saziare
Che cosa significa che Gesù è il pane della vita? Nel mondo di allora il pane apparteneva agli alimenti fondamentali. Non era un’aggiunta occasionale, ma parte dell’alimentazione quotidiana. Quando Gesù applica questa immagine a se stesso, non si descrive come un’aggiunta secondaria a una vita altrimenti autonoma. Sta dicendo che l’essere umano ha bisogno di lui in modo tanto fondamentale quanto il corpo ha bisogno di cibo.
Possiamo essere molto occupati spiritualmente e rimanere comunque affamati. Si possono ascoltare prediche, leggere libri cristiani, svolgere compiti religiosi e perfino servire gli altri mentre la comunione personale con Cristo diventa sempre più debole. Allora nasce il pericolo di sapere molto su Gesù, ma di vivere poco di lui.
Il pane sul monte poteva fortificare soltanto se la gente lo mangiava. Allo stesso modo, la verità su Cristo rimane esterna se non viene ricevuta con fede. Gesù non vuole essere soltanto l’oggetto delle nostre convinzioni. Vuole formare il nostro pensiero, la nostra speranza, le nostre decisioni e la nostra identità.
Vivere di lui significa ritornare continuamente a lui. Riceviamo il perdono perché non possiamo produrlo da soli. Riceviamo forza perché la nostra forza è limitata. Riceviamo orientamento perché il nostro sguardo rimane incompleto. Riceviamo speranza perché le nostre circostanze non sempre possono darcene una ragione.
Proprio qui sta la libertà del Vangelo: non dobbiamo essere sufficienti da noi stessi.
🧺 Le dodici ceste e la paura di avere troppo poco
Alla fine della moltiplicazione erano rimaste dodici ceste di pane. Questa immagine deve essere rimasta impressa nella memoria dei discepoli. All’inizio si erano chiesti come cinque pani potessero mai bastare. Alla fine erano loro stessi a portare via gli avanzi di ciò che prima avevano considerato del tutto insufficiente.
Quanto spesso la nostra vita è determinata dalla paura di avere troppo poco. Temiamo di non avere abbastanza tempo, forza, sicurezza o possibilità. A volte questa paura si rivolge perfino contro noi stessi: non sono abbastanza dotato, abbastanza forte, abbastanza spirituale oppure abbastanza preparato per ciò che ho davanti.
La storia della moltiplicazione risponde a questa paura non con un messaggio di autosopravvalutazione umana. Gesù non dice: «In realtà hai molta più forza di quanto pensi». I cinque pani restavano cinque pani finché venivano considerati nelle mani umane. La differenza decisiva fu prodotta da Cristo.
Questo libera. La nostra fiducia non deve basarsi sull’idea che un giorno finalmente diventeremo abbastanza. Possiamo riconoscere di avere dei limiti. Proprio questi limiti possono ricordarci da dove proviene il nostro vero sostentamento.
Ellen G. White collega la moltiplicazione della folla a questo principio del ricevere e del trasmettere. I discepoli potevano dare alla gente soltanto ciò che avevano prima ricevuto da Cristo. Non erano la fonte del sostentamento, ma le mani attraverso le quali il suo dono veniva trasmesso.
(Cfr. Ellen G. White, La speranza dell’uomo, capitolo sulla moltiplicazione dei pani.)
Questo principio non vale soltanto per il dare materiale. Non possiamo trasmettere a lungo pace agli altri se noi stessi non torniamo continuamente a trovare riposo presso Cristo. È difficile parlare di grazia se noi stessi viviamo soltanto di prestazione. Non possiamo produrre speranza con la nostra forza. Ciò che deve fluire spiritualmente attraverso la nostra vita dobbiamo prima riceverlo noi stessi.
🌿 Quando Gesù stesso diventa sufficiente
Le persone presso il lago volevano fare Gesù re perché avevano visto ciò che egli poteva fare per loro. Gesù però voleva qualcosa di molto più profondo: desiderava che riconoscessero chi egli era.
Proprio a questo punto la storia diventa personale. Forse anche noi a volte cerchiamo Cristo soprattutto a causa di un bisogno concreto. Abbiamo bisogno di una risposta, di una porta aperta, di protezione, guarigione o chiarezza. È giusto venire a lui con queste cose. Ma a volte Dio non ci dà subito ciò che chiediamo e allora diventa visibile se la nostra fiducia dipende soltanto dal dono atteso.
La maturità più profonda della fede nasce là dove possiamo dire: «Signore, desidero il tuo aiuto in questa situazione, ma ancora di più ho bisogno di te».
Questo non è un atteggiamento rassegnato. Non significa che le nostre richieste diventino prive di importanza. Significa che Cristo diventa più grande di ciò che gli chiediamo.
Allora perfino una preghiera che non riceve la risposta desiderata non può distruggere il nostro rapporto con Dio. Una porta chiusa non significa automaticamente che Dio ci abbia abbandonati. Un periodo di scarsità non significa che la sua provvidenza sia cessata. Impariamo che il più grande dono di Dio non è sempre il cambiamento delle nostre circostanze.
Il suo dono più grande è Cristo stesso.
🌾 Il sabato – quando possiamo smettere di dover essere sufficienti da noi stessi
La moltiplicazione dei pani ci conduce in modo particolarmente profondo al significato del sabato, perché ogni settimana il sabato ci pone davanti alla stessa domanda fondamentale: di che cosa vivo realmente? Per sei giorni lavoriamo, pianifichiamo, produciamo, organizziamo e assumiamo responsabilità. Molte di queste cose sono necessarie e buone. Ma proprio perché facciamo così tanto, può insinuarsi quasi senza che ce ne accorgiamo l’impressione che la nostra vita sia sostenuta soprattutto dalla nostra prestazione. Il sabato interrompe questa illusione.
Quando il venerdì sera lasciamo il lavoro, rimangono dei compiti. Non tutto è perfettamente concluso. Ci sarebbe quasi sempre ancora qualcosa a cui rispondere, da migliorare, preparare o terminare. Eppure Dio dice: ora puoi fermarti.
Proprio questo fermarsi è un atto di fede.
Il sabato non ci chiede di dimostrare di aver portato a termine tutto. Ci insegna che possiamo riposare anche se le nostre possibilità sono limitate. Per un giorno non dobbiamo mostrare di essere capaci di fare abbastanza. Possiamo ricevere.
In questo il sabato assomiglia sorprendentemente alla scena sul monte. La gente doveva sedersi sull’erba. Non poteva moltiplicare il pane. Nemmeno i discepoli potevano farlo. Tutti dipendevano, in ultima analisi, dal fatto che Cristo desse.
Anche nel sabato possiamo, spiritualmente parlando, sederci. Possiamo uscire dal ritmo in cui il nostro valore viene continuamente legato a ciò che facciamo e ricordarci che Dio ci guarda anzitutto come sue creature e suoi figli, non come produttori di prestazioni.
Per alcune persone proprio questo è difficile. Esteriormente si può smettere di lavorare e interiormente continuare ancora a lavorare. Pensiamo a ciò che non abbiamo terminato, a ciò che dovrà essere fatto la settimana successiva oppure se abbiamo fatto abbastanza. Anche spiritualmente possiamo trasformare il sabato in un nuovo campo di prestazione: ho letto abbastanza, pregato abbastanza, studiato abbastanza, fatto abbastanza per trascorrere correttamente questo giorno?
Ma il sabato è anzitutto un dono di Dio.
Ci ricorda che viviamo della sua bontà prima ancora di poter restituirgli qualcosa. Come il pane in Giovanni 6, il sostentamento decisivo non viene dalle nostre mani, ma dalle sue.
Questo non significa che il sabato debba essere passivo o privo di contenuto. Preghiamo, leggiamo la Parola di Dio, partecipiamo al culto, incontriamo persone e facciamo del bene. Ma tutto questo può provenire da una fonte interiore diversa. Non lo facciamo per meritarci la vicinanza di Dio, ma perché l’abbiamo ricevuta.
Proprio la moltiplicazione dei pani può quindi aiutarci a guardare il nostro sabato in modo diverso. Forse arriviamo al venerdì sera con la sensazione che le nostre forze siano esaurite. La settimana ha richiesto più di quanto ci aspettassimo e interiormente sembra che sia rimasto ben poco. Allora siamo portati a guardare i nostri cinque pani e i due pesci e a pensare: «Non basta nemmeno per me».
Cristo non ci chiede di produrre abbondanza dall’esaurimento.
Ci invita a mettere il poco nelle sue mani.
Forse la preghiera di questo sabato non sarà lunga. Forse la concentrazione durante la lettura della Bibbia sarà limitata. Forse arriveremo al culto stanchi o porteremo con noi preoccupazioni che non scompaiono semplicemente. Non dobbiamo diventare prima spiritualmente forti per poter venire a Cristo. Veniamo proprio perché abbiamo bisogno di nutrimento.
Il sabato ci ricorda che Cristo è il pane della vita. Non dobbiamo venire a lui con una cesta piena. Veniamo a mani vuote perché egli possa riempirle.
Allo stesso tempo il sabato pone la domanda su quale tipo di fame abbiamo cercato di saziare durante la settimana. Forse abbiamo desiderato riconoscimento e per questo abbiamo lavorato troppo. Forse abbiamo cercato di coprire l’inquietudine interiore con l’attività. Forse ci siamo abituati alle notizie, all’intrattenimento o a un’attività continua perché il silenzio è diventato scomodo. Tutte queste cose possono sembrare pane che per un momento sazia e poco dopo lascia di nuovo fame.
Allora Gesù dice anche a noi: «Io sono il pane della vita».
Il sabato crea spazio per non comprendere queste parole soltanto teologicamente, ma per sperimentarle concretamente. Possiamo trascorrere tempo con Cristo senza guardare continuamente l’orologio. Possiamo leggere la Bibbia non soltanto per cercare informazioni, ma per ascoltare ciò che Dio vuole dire al nostro cuore. Nella preghiera possiamo non limitarci a elencare le nostre richieste, ma rimanere nella sua presenza. Possiamo vivere la comunione senza doverne ricavare un vantaggio.
Così il riposo sabatico diventa nutrimento spirituale.
E come nella moltiplicazione sul monte, il ricevere conduce poi al dare. Il sabato non esiste soltanto perché noi stessi siamo riempiti. Il riposo di Dio ci rende liberi di vedere gli altri. Possiamo offrire tempo, ascoltare, incoraggiare, visitare, mangiare insieme e condividere speranza. Ma anche qui vale il principio della storia: non diamo da una fonte che dovremmo essere noi stessi. Trasmettiamo ciò che abbiamo ricevuto da Cristo.
Forse proprio per questo uno degli esercizi più importanti di questo sabato è molto semplice: smettere di dover dimostrare a se stessi di essere sufficienti.
Non devi avere forza sufficiente per tutto il futuro. Hai bisogno di grazia per il prossimo passo. Non devi possedere tutte le risposte. Puoi fidarti di colui che le conosce. Non devi essere la soluzione per ogni persona. Puoi dare ciò che Cristo ti ha affidato e lasciare a lui il risultato.
Cinque pani non erano sufficienti per migliaia di persone.
Ma cinque pani nelle mani di Gesù erano sufficienti.
Il sabato ci riporta ogni settimana proprio a quelle mani.
🤲 Invito – Che cosa c’è nelle tue mani?
Prenditi consapevolmente del tempo in questo sabato per guardare a ciò che, durante la settimana trascorsa, ti ha portato ai tuoi limiti. Forse c’è un compito per il quale pensi continuamente che la tua forza non basti, una preoccupazione per il futuro oppure un ambito in cui ti confronti con gli altri e per questo disprezzi il tuo piccolo «poco».
Porta a Cristo esattamente ciò che è presente invece di concentrarti soltanto su ciò che manca. Non devi presentargli una cesta piena. Il ragazzo aveva soltanto cinque pani e due pesci. Ciò che fu decisivo non fu la grandezza del suo dono, ma il fatto che venne affidato a Gesù.
Chiediti anche se negli ultimi tempi hai cercato più i doni di Dio che Dio stesso. Chiedi a Cristo di condurre la tua fame più in profondità, affinché tu non desideri soltanto il suo aiuto, ma la sua presenza. Il sabato ti offre tempo non soltanto per ricevere pane dalla sua mano, ma per conoscere di nuovo colui che dice: «Io sono il pane della vita».
✨ Preghiera
Signore Gesù, tu conosci i miei limiti e sai quanto spesso guardo a ciò che mi manca. Tu vedi i compiti per i quali la mia forza mi sembra piccola, le domande alle quali non ho risposta e le situazioni in cui penso di dover essere di più o fare di più di quanto posso. In questo sabato voglio smettere di mettermi sotto la pressione di dover essere sufficiente con le mie sole forze.
Ti porto ciò che si trova nelle mie mani. Prendi la mia forza limitata, il mio tempo, le mie capacità e anche la mia fede debole. Insegnami a non disprezzare il poco, ma ad affidarlo a te. Preservami dal valutare il risultato della mia vita soltanto in base alle mie possibilità e donami fiducia in ciò che tu puoi fare.
Perdonami quando ho cercato più i tuoi doni che te stesso. Tu sai quanto rapidamente il mio cuore desidera sicurezza, riconoscimento, successo o risposte visibili. Fammi comprendere più profondamente che la mia ricchezza più grande non consiste nel ricevere tutto ciò che desidero, ma nell’avere te.
Fa’ che questo sabato diventi per me un tempo di ricevere. Sazia la mia fame interiore con la tua presenza, dona riposo al mio cuore stanco e ricordami che il mio valore non dipende dalla mia prestazione. Quando inizierà la nuova settimana, aiutami a vivere della tua pienezza e a trasmettere agli altri ciò che ho ricevuto da te.
E quando mi troverò di nuovo davanti a un compito pensando: «Questo non basterà mai», ricordami i cinque pani, i due pesci e le dodici ceste piene. Fa’ che allora io non guardi anzitutto alle mie piccole possibilità, ma alle tue mani, nelle quali il poco trova il suo giusto posto.
Amen.
