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🌅 RITORNO ALLA FONTE DELLA VITA

Pensieri sabatici per il silenzio, il rinnovamento e l’incontro con Dio


🌿 3.Serie: Incontri con Gesù

🌊 3.4 I discepoli nella tempesta


«Ed egli, destatosi, sgridò il vento e disse al mare: Taci, calmati! E il vento cessò e si fece gran bonaccia.»
Marco 4,39


🕊️ Una storia – quando il lago si trasformò improvvisamente in tempesta

La giornata era stata lunga. Gesù aveva parlato a una grande folla sulla riva del lago di Gennesaret e aveva spiegato loro il regno di Dio attraverso parabole. Poiché così tante persone erano venute da lui, si era seduto in una barca e aveva insegnato da lì, mentre gli ascoltatori stavano sulla riva. Quando giunse la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva» (Marco 4,35). I discepoli congedarono la folla e partirono con Gesù sul lago. Marco ricorda che con loro c’erano anche altre barche.

Per diversi discepoli una simile traversata non aveva nulla di insolito. Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni avevano lavorato come pescatori e conoscevano il lago da anni. Sapevano come governare una barca, come valutare il vento e l’acqua e quanto rapidamente le condizioni potessero cambiare sul lago. Proprio per questo, ciò che accadde poco dopo dovette apparire particolarmente minaccioso. I Vangeli non descrivono un vento leggero che spaventò viaggiatori inesperti, ma una tempesta violenta che portò al limite persino uomini abituati a quelle acque.

Una violenta bufera di vento si abbatté sul lago. Le onde colpivano la barca e vi gettavano dentro acqua, tanto che essa cominciò progressivamente a riempirsi. In poco tempo, una normale traversata si trasformò in una lotta per mantenere la barca a galla. I discepoli fecero probabilmente tutto ciò che la loro esperienza suggeriva loro. Cercarono di svuotare l’acqua che entrava, di mantenere la barca contro le onde e di non perdere il controllo. Ma a un certo punto anche i pescatori esperti dovettero riconoscere che le loro capacità non bastavano più.

Mentre lottavano contro la tempesta, accadde qualcosa che probabilmente accrebbe ancora di più la loro paura: Gesù dormiva.

Marco racconta che si trovava a poppa, adagiato su un cuscino. Dopo la lunga giornata, Gesù era fisicamente stanco e dormiva nonostante il vento, l’acqua e i forti movimenti della barca. Per i discepoli quell’immagine doveva essere difficile da comprendere. Essi lottavano con tutte le loro forze contro un pericolo che ritenevano mortale, mentre colui che avevano seguito sembrava non reagire.

Alla fine lo svegliarono e gridarono: «Maestro, non t’importa che noi moriamo?» (Marco 4,38). In questa domanda c’era più della paura della tempesta. Conteneva anche un dubbio riguardo alla cura di Gesù per loro. I discepoli non domandarono semplicemente: «Puoi aiutarci?» Le loro parole significavano piuttosto: «Non ti importa di ciò che ci accade?»

Così la tempesta sul lago divenne una prova molto più profonda del pericolo esterno. Le onde minacciavano la barca, ma allo stesso tempo rendevano visibile ciò che accadeva nel cuore dei discepoli quando la presenza di Gesù non appariva come essi si aspettavano.

🌿 Quando l’esperienza non basta più

I discepoli avevano molte cose su cui normalmente potevano fare affidamento. Possedevano esperienza, conoscevano il lago e non viaggiavano da soli. In circostanze normali, proprio queste capacità erano preziose. Gesù non si aspettava che rinunciassero alle loro conoscenze o che rimanessero inattivi di fronte a un pericolo. Il problema iniziò soltanto quando scoprirono che le loro possibilità avevano un limite.

Anche nella nostra vita esistono limiti di questo genere. Impariamo ad assumerci responsabilità, a pianificare in anticipo, a risolvere problemi e ad affrontare situazioni difficili. Con il tempo si sviluppa una certa sicurezza, perché sappiamo che cosa fare. Ma può arrivare una situazione per la quale le esperienze precedenti non bastano. Una notizia inattesa, un cambiamento che non possiamo controllare, un conflitto per il quale non troviamo soluzione o un futuro di cui non conosciamo l’andamento possono improvvisamente mostrarci quanto limitato sia in realtà il nostro controllo.

Proprio le persone abituate ad assumersi responsabilità e a trovare soluzioni possono vivere tali situazioni come particolarmente pesanti. Finché possiamo ancora fare qualcosa, ci aggrappiamo alla nostra azione. Solo quando tutte le possibilità note sono esaurite ci accorgiamo di quanto profondamente arrivi veramente la nostra fiducia.

I discepoli dovettero fare esattamente questa esperienza. Le loro capacità non erano sbagliate, ma non potevano salvarli. L’acqua nella barca divenne un confine tra ciò che gli esseri umani potevano fare e ciò che soltanto Cristo poteva compiere.

Ellen G. White descrive la scena ne La speranza dell’uomo come un’esperienza nella quale i discepoli erano così occupati nella loro lotta da quasi dimenticare inizialmente Gesù. Solo quando le loro forze vennero meno e non videro più alcuna via d’uscita umana si rivolsero a lui. La loro angoscia rivelò così non soltanto la potenza della tempesta, ma anche quanto facilmente il cuore umano confidi prima nelle proprie possibilità e cerchi Cristo soltanto quando esse sono esaurite. (Cfr. Ellen G. White, La speranza dell’uomo, capitolo «Taci, calmati!».)

La storia non critica un agire responsabile. Mostra piuttosto che anche le nostre migliori capacità non possono mai prendere il posto della fiducia in Dio. La fede non comincia soltanto là dove noi non possiamo più fare nulla. Dovrebbe sostenere il nostro agire fin dall’inizio.

🔥 «Non ti importa?»

Le parole dei discepoli appartengono alle preghiere più sincere che si possano pronunciare in una situazione di crisi: «Maestro, non t’importa che noi moriamo?» Dietro la loro paura c’era una domanda che gli uomini conoscono ancora oggi: Se Dio è veramente con me, perché sembra non intervenire?

A volte la cosa più difficile non è la difficoltà stessa, ma il silenzio di Dio all’interno di quella difficoltà. Quando preghiamo e non vediamo una risposta rapida, quando una situazione diventa più complicata nonostante la nostra fede o quando sappiamo che Cristo è con noi e tuttavia ci sentiamo abbandonati, nel cuore può sorgere la stessa domanda: «Signore, vedi davvero ciò che sta accadendo? Sai che cosa succede? Ti importa davvero?»

Gesù addormentato poteva apparire ai discepoli come un’immagine dell’indifferenza. In realtà, la sua calma era proprio un segno del fatto che la tempesta non dominava la situazione. Gesù non dormiva perché i discepoli gli fossero indifferenti, ma perché confidava pienamente nel Padre. Le onde che agli occhi dei discepoli significavano già la fine, per lui non avevano l’ultima autorità.

Così, nella stessa barca si incontrarono due reazioni completamente diverse di fronte alla stessa realtà. I discepoli vedevano il vento, l’acqua e il pericolo di affondare e furono sopraffatti dalla paura. Gesù si trovava nella stessa tempesta e tuttavia riposava. La differenza non consisteva nel fatto che Gesù vivesse una tempesta diversa, ma nel fatto che la sua sicurezza poggiava più in profondità delle circostanze visibili.

Proprio questo rende questa storia così importante per la nostra fede. Fidarsi non significa minimizzare un pericolo o fingere che le circostanze difficili siano prive di importanza. La barca si riempiva davvero d’acqua. La tempesta era reale. Ma altrettanto reale era la presenza di Cristo.

I discepoli videro la tempesta e iniziarono a mettere in dubbio l’amore di Gesù. Gesù voleva insegnare loro a fare del suo amore il punto di partenza dal quale guardare la tempesta.

🌙 La voce a cui obbedisce anche la tempesta

Gesù si alzò e si rivolse alla tempesta. Marco racconta: «Sgridò il vento e disse al mare: Taci, calmati!» Poi accadde qualcosa che sconvolse profondamente i discepoli nonostante tutto ciò che avevano già vissuto con Gesù: il vento cessò e si fece una grande calma.

Il cambiamento non fu graduale. Gesù non aspettò che il tempo diventasse più calmo da solo. Parlò, e la natura obbedì.

Per i discepoli, quel momento dovette richiamare qualcosa di familiare nelle Scritture d’Israele. Nell’Antico Testamento è Dio a possedere il potere sul mare. I Salmi lo descrivono come colui che calma le onde e domina le acque impetuose. Ora i discepoli si trovavano in una barca con un uomo che parlava alla tempesta, e la tempesta gli obbediva.

Il miracolo quindi non rispose soltanto alla domanda se Gesù potesse salvarli. Li condusse a una domanda molto più grande riguardo alla sua identità.

Dopo aver calmato la tempesta, Gesù si rivolse ai discepoli e domandò: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?» (Marco 4,40). La sua domanda non significava che il pericolo fosse stato immaginario. Mirava al fatto che i discepoli, nonostante la sua presenza, avevano reagito come se fossero soli nella barca.

Questa è una differenza decisiva. La fede non significa che non esista la tempesta. La fede significa che la tempesta non è l’unica realtà che determina la nostra reazione.

I discepoli dovettero imparare che la presenza di Gesù non significa automaticamente che ogni traversata sia tranquilla. Era stato Gesù stesso a dire: «Passiamo all’altra riva». Quindi non si trovavano fuori dalla sua volontà quando arrivò la tempesta. Proprio lungo la strada indicata da Cristo incontrarono la difficoltà.

Questa comprensione ci protegge da un pericoloso fraintendimento della fede. Le difficoltà non sono automaticamente un segno che stiamo percorrendo una strada sbagliata o che Dio ci ha abbandonati. A volte possiamo trovarci esattamente là dove Cristo ci ha condotti e tuttavia entrare in una tempesta. La sua guida allora non si manifesta nel fatto che evitiamo ogni difficoltà, ma nel fatto che egli non ci abbandona neppure in mezzo ad essa.

🌿 «Chi è dunque costui?»

Dopo che l’acqua si fu calmata, la paura e lo stupore non scomparvero semplicemente. Marco scrive che i discepoli furono presi da grande timore e si dissero l’un l’altro:

«Chi è dunque costui, al quale persino il vento e il mare obbediscono?»
(Marco 4,41)

Questa domanda è il vero culmine della storia. I discepoli avevano già udito Gesù predicare e avevano visto miracoli. Avevano visto persone guarite dalla sua potenza. Ma sul lago incontrarono una dimensione della sua autorità che li costrinse a riflettere in modo nuovo sulla sua persona.

All’inizio avevano chiesto: «Non ti importa?»

Alla fine chiedevano: «Chi è dunque costui?»

La tempesta aveva scosso la loro idea di Gesù e allo stesso tempo l’aveva ampliata. Senza questa esperienza forse avrebbero saputo che Gesù era un grande Maestro e Guaritore. Ora dovevano confrontarsi con la domanda su chi potesse essere quest’uomo, se persino il vento e l’acqua obbedivano alla sua voce.

A volte la risposta di Dio alla nostra crisi non consiste soltanto nel porre fine alla difficoltà esterna. Egli può volerci mostrare, all’interno di quella stessa esperienza, qualcosa di sé che prima conoscevamo soltanto in teoria. I discepoli conoscevano Gesù prima della traversata. Ma dopo la tempesta lo conoscevano in modo diverso.

Anche la nostra fede cresce spesso così. Alcune verità possiamo impararle dalla Bibbia e accettarle con la mente, ma ne comprendiamo la profondità soltanto quando ne abbiamo bisogno in una situazione concreta. Possiamo sapere che Dio è fedele; è un’altra esperienza scoprire la sua fedeltà quando le nostre sicurezze vengono meno. Possiamo credere che Cristo è con noi; questa verità diventa più profonda quando sperimentiamo la sua presenza proprio là dove inizialmente ci sentivamo abbandonati.

Ellen G. White descrive che in questa esperienza Gesù non calmò soltanto la tempesta sul lago, ma insegnò ai discepoli anche una lezione sulla fiducia. La potenza che Cristo manifestò sul vento e sulle onde era la stessa potenza sulla quale avrebbero dovuto confidare nelle prove future. (Cfr. Ellen G. White, La speranza dell’uomo, capitolo «Taci, calmati!».)

Quella sera i discepoli pensavano di attraversare semplicemente il lago. In realtà, Gesù li stava conducendo verso un incontro attraverso il quale avrebbero imparato a conoscerlo più profondamente.

🌅 Quando la tempesta non finisce subito

La storia della tempesta calmata può facilmente essere letta come se il suo messaggio fosse che Gesù pone immediatamente fine a ogni tempesta non appena glielo chiediamo. Eppure l’intera esperienza biblica mostra che l’aiuto di Dio non avviene sempre in questo modo. Alcune difficoltà vengono effettivamente risolte in modo sorprendentemente rapido. Altre accompagnano una persona per molto tempo, e alcune situazioni cambiano in modo diverso da quello che avevamo sperato.

La promessa più profonda di questa storia, quindi, non consiste nel fatto che una vita con Gesù significhi sempre acque tranquille. Consiste nel fatto che Cristo è nella barca.

Questa è una speranza molto più solida. Se la nostra fede dipende esclusivamente dal fatto che Dio cambi le circostanze esterne secondo le nostre aspettative, ogni ritardo diventa una crisi di fiducia. Se invece impariamo a trovare la nostra sicurezza nella sua presenza e nel suo carattere, possiamo essere sostenuti anche là dove il vento non è ancora cessato.

I discepoli dovettero prima sperimentare che la loro forza non bastava. Poi dovettero scoprire che l’apparente silenzio di Gesù non significava indifferenza. Infine dovettero riconoscere che colui che era con loro nella barca era più grande della potenza che temevano.

Proprio qui si trova l’invito di questo incontro. Forse non possiamo controllare la tempesta. Forse non comprendiamo perché Cristo l’abbia permessa o perché non sia ancora intervenuto. Ma possiamo imparare a porre diversamente la domanda decisiva. Invece di chiedere soltanto: «Quando finirà finalmente la tempesta?», possiamo anche domandare: «Chi è con me nella barca?»

La risposta non cambia sempre immediatamente il tempo.

Ma può cambiare il cuore.


«Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?»
Marco 4,40


🕊️ Dopo la tempesta – quando la calma pose una nuova domanda

Solo pochi istanti prima il vento e le onde avevano dominato la barca. I discepoli avevano lottato contro l’acqua che entrava ed erano convinti che sarebbero affondati. Poi Gesù aveva parlato e improvvisamente il lago giaceva calmo davanti a loro. Marco descrive questo contrasto dicendo che dopo la violenta tempesta «si fece una grande calma». Il pericolo esterno era passato, ma la vera lezione di quella notte era appena cominciata.

Gesù domandò ai suoi discepoli: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?» Le sue parole non erano una critica fredda rivolta a uomini che avevano appena provato paura di morire. Gesù sapeva quanto minacciosa fosse stata la situazione. La sua domanda mirava più in profondità: perché avevano perso così completamente di vista la sua presenza da comportarsi come se fossero stati soli, abbandonati alla tempesta?

I discepoli non avevano smesso di credere in Gesù. Sapevano che egli era nella barca, e proprio per questo alla fine lo avevano svegliato. Tuttavia può esserci una grande differenza tra sapere che Cristo è presente e confidare nella sua presenza. Si può credere che Dio esista, conoscere le sue promesse e tuttavia, in una crisi concreta, reagire come se tutto dipendesse esclusivamente dalle circostanze visibili.

La tempesta aveva rivelato proprio questa tensione. Finché la traversata era tranquilla, fidarsi era facile. Quando le onde divennero più alte e le loro capacità vennero meno, si vide quanto rapidamente la paura potesse determinare la percezione. La tempesta non aveva scosso soltanto la barca, ma anche l’idea dei discepoli di quanto dovesse essere sicura una strada se era stata indicata da Gesù.

Ora dovevano imparare che la sicurezza nel seguire Cristo non significa non entrare mai in una tempesta. Significa sapere che Cristo è al nostro fianco anche là dove la strada diventa confusa e le nostre forze non bastano più.

🌿 La fiducia comincia prima che arrivi la calma

Guardando indietro, la frase decisiva della storia era stata pronunciata prima ancora che la barca partisse. Gesù aveva detto: «Passiamo all’altra riva». In quelle parole c’era una meta. Non aveva detto: «Usciamo e vediamo se forse riusciremo ad arrivare all’altra riva». La sua intenzione era chiara: la traversata doveva terminare dall’altra parte.

I discepoli avevano udito queste parole, ma nel mezzo della tempesta le onde sembrarono loro più credibili della parola con cui Gesù li aveva mandati in cammino. Ciò che i loro occhi vedevano determinava sempre di più la loro idea di ciò che fosse possibile.

Anche in questo possiamo facilmente riconoscerci. Le promesse di Dio ci sembrano chiare nei periodi tranquilli. Leggiamo che egli non ci abbandona, che possiamo affidargli le nostre preoccupazioni e che nulla può separarci dal suo amore. Ma quando arriva una crisi, le circostanze visibili possono improvvisamente apparire più convincenti di ciò che avevamo creduto in precedenza.

La fede allora non significa negare la realtà. I discepoli non dovevano fingere che non ci fosse acqua nella barca. Potevano svuotarla, agire e usare la loro esperienza. Ma allo stesso tempo dovevano imparare che il pericolo visibile non rappresentava tutta la realtà. Nella stessa barca c’era Cristo.

Questo cambia radicalmente la prospettiva. La domanda non è più soltanto: «Quanto è grande la tempesta?», ma anche: «Quanto è grande colui che attraversa questa tempesta con me?»

Ellen G. White descrive ne La speranza dell’uomo che i discepoli si ricordarono nuovamente di Cristo solo nella loro totale impotenza. La loro esperienza diventa così un invito a non aspettare che tutte le nostre possibilità siano esaurite prima di confidare in Gesù. La dipendenza da lui non dovrebbe essere l’ultima via d’uscita della fede, ma il suo fondamento. (Cfr. Ellen G. White, La speranza dell’uomo, capitolo «Taci, calmati!».)

🔥 Quando la paura cambia la nostra immagine di Dio

Particolarmente rivelatore è il modo in cui i discepoli avevano svegliato Gesù: «Maestro, non t’importa che noi moriamo?» La loro paura aveva cambiato non soltanto la loro valutazione della tempesta, ma anche la loro valutazione di Gesù. Poiché egli non reagiva nel modo che si aspettavano, cominciarono a dubitare della sua cura.

La paura può fare esattamente la stessa cosa con la nostra immagine di Dio. Quando una risposta alla preghiera non arriva, il pensiero «Dio non è ancora intervenuto» può trasformarsi quasi senza che ce ne accorgiamo in: «Dio non si interessa della mia situazione». Quando una difficoltà dura a lungo, da «Non comprendo la sua via» può nascere la convinzione: «Mi ha dimenticato». La situazione esterna diventa allora il criterio con cui giudichiamo il carattere di Dio.

La storia della tempesta ci invita al movimento opposto. Non dobbiamo giudicare l’amore di Dio in base alla tempesta, ma guardare la tempesta alla luce di ciò che sappiamo dell’amore di Dio.

Non è un esercizio spirituale semplice. Proprio nei periodi di grande pressione le emozioni possono essere molto forti, e la Bibbia non ci chiede di negarle. I Salmi sono pieni di domande sincere, lamenti e grida di aiuto. Fidarsi quindi non significa che dobbiamo nascondere a Dio la nostra paura. I discepoli potevano svegliare Gesù. Potevano gridare. Potevano esprimere la loro angoscia.

Ma Cristo voleva condurli dalla paura alla fiducia.

Anche noi possiamo dire a Dio che siamo stanchi, che non comprendiamo qualcosa o che una situazione ci spaventa. La fede non comincia con una perfetta calma emotiva. Comincia quando non portiamo più da soli la nostra paura, ma la portiamo con noi a Cristo.

🌙 La grande calma interiore

Marco descrive dopo la parola di Gesù una «grande calma». In primo luogo, questa affermazione riguarda il lago. Il vento cessò e le onde si placarono. Ma la storia indica anche un’altra forma di calma di cui abbiamo altrettanto bisogno: la pace di un cuore che ha imparato ad affidarsi a Dio.

Non ogni tempesta esterna della nostra vita finisce immediatamente. A volte preghiamo perché qualcosa cambi e tuttavia dobbiamo aspettare. Un problema può rimanere, una decisione può restare ancora aperta, una preoccupazione può accompagnarci a lungo. Proprio allora abbiamo bisogno di qualcosa che vada più in profondità delle circostanze favorevoli: una pace che non dipenda dal fatto che tutto sia già risolto.

La Bibbia non descrive questa pace come indifferenza. Non è un atteggiamento nel quale improvvisamente il risultato non ci interessa più. È piuttosto una certezza interiore che la nostra vita rimane nelle mani di Dio anche là dove ancora non conosciamo l’esito.

Gesù stesso incarnava questa calma nella barca. Poteva dormire perché la sua fiducia nel Padre non dipendeva dalla tranquillità del lago. I discepoli non dovevano semplicemente imparare a dormire nonostante la stanchezza, ma scoprire lo stesso fondamento di fiducia.

Qui la storia tocca uno dei desideri più profondi dell’essere umano. Non vogliamo soltanto che i nostri problemi scompaiano. Desideriamo una sicurezza interiore che non crolli a ogni cambiamento delle circostanze.

Non troviamo questa sicurezza conquistando il controllo su ogni tempesta. La troviamo imparando a conoscere colui che è Signore della tempesta.

🌿 Che cosa rimane quando la tempesta è passata?

Dopo che Gesù ebbe calmato il lago, i discepoli avrebbero potuto semplicemente continuare il viaggio sollevati. Invece furono presi da un nuovo timore reverenziale e chiesero: «Chi è dunque costui, al quale persino il vento e il mare obbediscono?»

Diventa così chiaro che quell’esperienza non era servita soltanto a portarli sani e salvi all’altra riva. Aveva rivelato loro qualcosa su Gesù.

Forse proprio qui si trova una domanda importante per le tempeste che noi stessi abbiamo già attraversato. Comprensibilmente ci chiediamo perché certe cose siano dovute accadere e che cosa abbiamo perso in quelle esperienze. Ma può essere altrettanto utile domandare: Che cosa ho imparato su Dio in quel periodo che prima conoscevo soltanto in teoria?

Forse abbiamo sperimentato che Dio ci ha sostenuti un giorno dopo l’altro, anche se prima non riuscivamo a immaginare come avremmo affrontato una certa situazione. Forse ha mandato persone il cui aiuto non ci aspettavamo. Forse una porta si è chiusa e in seguito se ne è aperta un’altra. Forse la situazione esterna è rimasta immutata a lungo, ma la nostra vita di preghiera è diventata più profonda e la nostra dipendenza da Dio più reale.

Non ogni crisi può essere facilmente spiegata a posteriori, e non dovremmo abbellire artificialmente la sofferenza. Ma Cristo può trasformare perfino esperienze che non avremmo mai scelto in luoghi nei quali impariamo a conoscerlo più profondamente.

Alla fine i discepoli raggiunsero l’altra riva. Ma non erano più del tutto gli stessi uomini che erano saliti sulla barca quella sera. Ora sapevano qualcosa di Gesù che prima non avevano ancora sperimentato in quel modo.


🌾 Il sabato – quando Cristo calma la nostra inquietudine interiore

La storia della tempesta assume un significato particolare all’inizio del sabato. Durante tutta la settimana ci muoviamo in un mondo nel quale molte cose richiedono la nostra attenzione. Lavoriamo, organizziamo, rispondiamo ai messaggi, prendiamo decisioni e cerchiamo di adempiere alle nostre responsabilità. Anche quando esteriormente non esiste alcun problema straordinario, può svilupparsi interiormente una forma di inquietudine che ci accompagna continuamente. I pensieri continuano a correre, i compiti incompiuti rimangono nella mente e le preoccupazioni per la settimana successiva possono cominciare già prima che quella presente sia terminata.

Poi arriva il sabato con un messaggio completamente diverso. Dio non ci dice che ogni compito deve essere concluso prima che ci sia permesso riposare. Ci chiama a interrompere il nostro lavoro anche se qualcosa potrebbe sempre rimanere da fare. Proprio qui si trova un concreto atto di fiducia.

Quando il sabato inizia il venerdì sera, attraverso il nostro fermarci dichiariamo in un certo senso: Il mondo non deve essere sostenuto da me.

Questa è una verità profondamente spirituale. Durante la settimana può facilmente nascere l’impressione che tutto dipenda dal fatto che facciamo, controlliamo o risolviamo ancora qualcosa. Il sabato pone un limite a questo modo di pensare. Per un tempo santo deponiamo il nostro lavoro e riconosciamo che Dio continua ad agire mentre noi riposiamo.

In questo senso, il sabato assomiglia all’esperienza nella barca. I discepoli dovettero scoprire che la loro sicurezza non dipendeva esclusivamente dalla loro capacità di governare la barca. Anche noi, durante il sabato, possiamo imparare a togliere le mani dalle cose che durante la settimana avevamo dovuto tenere saldamente.

Questo non significa trascurare la responsabilità. Il sabato ci insegna piuttosto il limite della nostra responsabilità. Ci sono cose che possiamo e dobbiamo fare, e ci sono cose che dobbiamo lasciare a Dio. Chi non riconosce più questa differenza porta pesi che nessun essere umano può sostenere a lungo.

Forse la tempesta di questo sabato consiste in una preoccupazione concreta. Una decisione non è ancora stata presa, una relazione è tesa, una questione professionale rimane irrisolta o il futuro appare diverso da come lo avevamo progettato. Possiamo essere tentati di trascorrere interiormente l’intero sabato esaminando tutte le possibili soluzioni. Esteriormente riposiamo, mentre i nostri pensieri continuano a lottare contro le onde.

Proprio allora Cristo ci invita a portare consapevolmente la preoccupazione nella sua presenza. Il riposo del sabato non significa che dobbiamo dimenticare ciò che ci occupa. Significa che, per un certo tempo, possiamo deporlo dalle nostre mani nelle mani di Dio. Possiamo dire: «Signore, questo problema è ancora qui. Non conosco ancora la soluzione. Ma in questo sabato voglio ricordarmi che Tu sei Dio e che io non devo esserlo.»

Questo atteggiamento collega direttamente il sabato con la creazione. Il settimo giorno ci ricorda il Dio che ha creato il mondo. Prima che l’essere umano avesse vissuto il suo primo intero giorno di lavoro, incontrò un giorno di riposo e comunione con il suo Creatore. La vita umana non iniziò quindi con la prestazione, ma con il ricevere. Settimana dopo settimana, il sabato ci riporta a questo ordine.

La storia della tempesta aggiunge un’ulteriore dimensione a questo pensiero. Il Creatore al quale il sabato ci richiama è lo stesso Cristo al quale il vento e le onde obbediscono. Quando riposiamo nel sabato, non affidiamo le nostre situazioni irrisolte a una speranza vaga e indefinita. Le deponiamo nelle mani di colui che possiede autorità anche là dove noi non abbiamo alcun controllo.

Questo non significa che Cristo calmerà ogni tempesta prima della fine del sabato. Forse la situazione sarà ancora la stessa il mattino seguente. Forse, al termine del sabato, riprenderemo un compito che continua a essere difficile. Ma qualcosa di decisivo può comunque essere cambiato: non dobbiamo ritornare con lo stesso atteggiamento interiore.

Il mare esterno può essere ancora agitato mentre nel cuore cresce già una calma più profonda.

Proprio così il sabato può diventare una scuola di fiducia. Ogni settimana ci esercitiamo a interrompere il nostro lavoro senza sapere come tutto proseguirà. Ogni settimana lasciamo andare una parte del nostro controllo. Ogni settimana ci ricordiamo che la fedeltà di Dio non dipende dalla nostra attività continua. In questo modo, il riposo sabatico non è soltanto recupero fisico, ma una confessione di fede che si rinnova regolarmente.

Forse, quindi, in questo sabato Cristo non vuole innanzitutto spiegarci perché sia sorta una determinata tempesta. Forse vuole prima di tutto ricordarci consapevolmente chi è con noi nella barca.

Quando questa verità penetra più profondamente nel nostro cuore, nasce un riposo che è molto più dell’assenza di rumore. È la calma di una persona che non conosce tutte le risposte, ma sa in chi confida.


🤲 Invito

Prenditi del tempo in questo sabato per dare un nome alle cose che dentro di te hanno ancora l’aspetto di una tempesta. Non devi reprimerle e neppure fingere che non ti pesino. Portale a Cristo con la stessa sincerità con cui i discepoli gli portarono la loro paura, e digli ciò che ti preoccupa e dove hai bisogno del suo aiuto.

Poi non chiedergli soltanto di cambiare la tempesta esterna. Chiedigli anche un cuore che confidi nella sua presenza finché non tutto è ancora risolto. Forse il tuo prossimo passo di fede consiste proprio nel deporre consapevolmente qualcosa per questo sabato e dire a Dio: «Oggi non posso risolvere questo problema, ma lo affido a Te.»


Preghiera

Signore Gesù, Tu conosci le tempeste che sono visibili e anche quelle che avvengono soltanto dentro di me. Sai quali pensieri mi occupano, quali domande sono ancora aperte e dove ho cercato di mantenere il controllo con le mie forze. Ti ringrazio perché non mi condanni per questo, ma mi inviti a portare a Te la mia paura e a imparare nuovamente a fidarmi di Te.

In questo sabato voglio lasciare andare ciò che non posso controllare. Aiutami ad assumermi le responsabilità là dove Tu me le hai affidate, ma preservami dal portare pesi che appartengono soltanto nelle Tue mani. Quando i miei pensieri ritornano continuamente ai problemi irrisolti, ricordami che Tu sei con me e che la mia sicurezza non dipende dal conoscere già ogni risposta.

Donami il riposo che cresce dalla Tua presenza. Se Tu calmi la tempesta, fammi riconoscere la Tua potenza e ringraziarti. Se la tempesta rimane ancora, donami fiducia per il prossimo passo e custodisci il mio cuore dal confondere il Tuo silenzio con l’indifferenza.

Fa’ che questo sabato diventi per me una vera scuola di fede. Insegnami a fermarmi, a ricevere e a confidare che Tu continui ad agire anche mentre io riposo. E quando inizierà la nuova settimana, fa’ che io possa proseguire non soltanto riposato, ma con una certezza più profonda: non sono solo nella barca, perché Tu sei con me.

Amen.

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