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La rappresentazione della donna nei resoconti di Matteo 15:22–28 e Marco 7:24–30 mostra vividamente come gli evangelisti hanno modellato le loro narrazioni in base ai loro pubblici rispettivi. Le differenze nella descrizione della donna come “cananea” in Matteo o come “greca di Siria-Fenicia” in Marco offrono spunti sulle diverse prospettive e sfondi delle loro rispettive udienze.
Matteo, probabilmente scrivendo per un pubblico ebraico, mette in evidenza l’identità etnica della donna come cananea. Ciò potrebbe evocare pregiudizi storicamente condizionati e avversioni verso i cananei, descritti nell’Antico Testamento come idolatri e ostacoli per gli Israeliti. L’incertezza dei discepoli di fronte alla richiesta della donna riflette questi pregiudizi e sottolinea quanto fossero radicate tali attitudini nella società ebraica.
Marco, rivolgendosi probabilmente a un pubblico pagano, opta per una descrizione più sfumata della donna. Non sottolinea solo l’appartenenza etnica come greca, ma aggiunge anche l’origine dalla Siria-Fenicia. Questa presunta ricchezza culturale potrebbe essere di maggiore interesse e comprensione per il suo pubblico. La reazione della donna potrebbe così essere plasmata non da pregiudizi, ma da compassione e da una preoccupazione universale per il benessere di sua figlia.
La strategia di Gesù di non rispondere immediatamente alla richiesta della donna indica un’intenzione più profonda. Con questa azione, non voleva solo commuovere i cuori dei discepoli e mettere alla prova le loro opinioni preconcette, ma anche evidenziare la differenza nella percezione tra ebrei e gentili. L’incontro con questa donna era una dimostrazione vivente dell’amore compassionevole e della grazia di Gesù che va oltre i confini etnici e nazionali.
In questo contesto, diventa chiaro quanto sia cruciale comprendere i contesti culturali, storici e sociali dei testi evangelici per coglierne i messaggi nella loro intenzione e nel loro impatto originari.
Leggi 1 Giovanni 2:2. Cosa dovrebbe insegnarci questo testo sull’uguaglianza di fronte a Dio?
“E Egli è la propiziazione per i nostri peccati e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.” 1 Giovanni 2:2
Questo verso sottolinea l’importanza universale di Gesù Cristo come colui che espia i peccati di tutto il mondo. Il messaggio che Gesù è la “propiziazione per i nostri peccati” significa che, attraverso la sua morte sulla croce, ha creato la possibilità del perdono e della riconciliazione con Dio per tutte le persone.
Questa affermazione sottolinea l’uguaglianza di tutte le persone di fronte a Dio in termini di possibilità di redenzione. Indipendentemente dall’appartenenza etnica, dallo status sociale o da altre distinzioni esterne, ognuno ha la stessa opportunità di essere liberato dai propri peccati mediante la fede in Gesù Cristo e di avere una relazione con Dio.
Il verso ci ricorda che l’amore e la redenzione di Dio non sono limitati a un gruppo specifico, ma sono accessibili a tutte le persone. Il concetto di uguaglianza di fronte a Dio si basa sull’amore onnicomprensivo di Dio e sul suo desiderio che tutte le persone siano salvate (cfr. 1 Timoteo 2:4).
Considerando questo testo, i cristiani dovrebbero impegnarsi a diffondere l’amore universale di Dio e a trattare gli altri, indipendentemente dalle loro differenze, con amore, rispetto e misericordia.

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